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Gli atti del Comitato tecnico scientifico sul Coronavirus non sono più segreti

05 Agosto 2020 - 23:10 Redazione
I documenti sono già stati trasmessi, domani verranno pubblicati sul sito della Fondazione Einaudi

Di fatto, la documentazione del Comitato tecnico scientifico è già stata resa pubblica. Ora bisogna aspettare solo che venga diffusa. In serata la Fondazione Luigi Einaudi ha annunciato di aver ricevuto dalla Presidenza del Consiglio dei ministri tutti i documenti prodotti dal Comitato tecnico scientifico sul Coronavirus che sono stati alla base della stesura dei Dpcm.

Gli atti sono ora nelle mani degli avvocati Rocco Todero, Andrea Pruiti e Enzo Palumbo. Era stata proprio la Fondazione a richiedere questi documenti per promuovere la trasparenza istituzionale, una trasparenza fermata da diversi dubbi (e critiche) da parte dell’esecutivo. La Fondazione Einaudi ha spiegato in una nota stampa che nella giornata di domani renderà pubbliche tutte le informazioni dal suo sito web.

La richiesta del Copasir e l’opposizione di Palazzo Chigi

Su richiesta del governo il Consiglio di Stato aveva sospeso la desecretazione dei documenti richiesta invece dal Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir). Sono diverse le personalità che nei giorni scorsi hanno chiesto al governo di rendere accessibili al pubblico i verbali del Comitato Tecnico-Scientifico, dalla deputata di Forza Italia Laura Stabile all’economista Carlo Cottarelli, che su Twitter aveva definito l’opposizione di Palazzo Chigi alla desecretazione «un atto grave».

Cos’è la Fondazione Einaudi

La Fondazione Luigi Einaudi è stata costituita nel 1962, in memoria del primo (anche se ufficialmente secondo) presidente della Repubblica. Attualmente è un centro di ricerca che promuove la diffusione del pensiero politico di orientamento liberale.

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Coronavirus, no della Camera a mozione delle opposizioni per chiedere risarcimenti alla Cina

05 Agosto 2020 - 22:34 Redazione
A essere stata approvata invece è stata la mozione della maggioranza che invita il Governo a sostenere un'indagine internazionale sulle origini della pandemia

L’Aula di Montecitorio ha detto no alla mozione delle opposizioni avanzata per chiedere un risarcimento alla Cina, per via delle conseguenze economiche scaturite dalla pandemia di Coronavirus. Nessuna richiesta di danni quindi (che sarebbe anche difficilmente praticabile) così come nessuna sanzione contro Pechino. La Camera ha invece approvato, con i voti contrari di Lega e FdI, oltre che l’astensione di Forza Italia, una mozione di maggioranza per sostenere un’indagine internazionale che indaghi sulle origini della pandemia.

Molto più dura invece la linea di Lega e FdI, che chiedevano di intraprendere azioni dirette contro Pechino, considerando il governo cinese come responsabile per la diffusione del virus. «La Cina sapeva tutto già dalla metà di dicembre ma solo il 14 febbraio ha dichiarato 1700 operatori sanitari e medici infetti» ha detto il vicepresidente della Camera dei deputati Fabio Rampelli (FdI). «L’accertato ritardo di comunicazione all’Oms giustifica una richiesta di risarcimento danni di fronte alla Corte internazionale di Giustizia da parte degli Stati colpiti proprio in base allo statuto stesso dell’Oms, intenzionalmente violato in più punti, falcidiando vite umane e procurando danni economici e sociali incalcolabili».

Cosa prevede la mozione di maggioranza

La mozione di maggioranza invita invece il Governo alla collaborazione con «l’Organizzazione mondiale della Sanità ai fini dell’accertamento indipendente, istituito il 18 maggio 2020, per fare luce sulla gestione del Coronavirus da parte della comunità internazionale». Si chiede inoltre all’esecutivo di «esplorare tutte le iniziative diplomatiche a sostegno di una proposta italiana, in sede Onu, per il lancio di una grande alleanza internazionale per il vaccino e per lo sviluppo di strumenti diagnostici e trattamenti terapeutici contro il Coronavirus».

All’esecutivo si chiede inoltre di «assumere un ruolo attivo, in particolare nella sede dell’Organizzazione mondiale della sanità, a presidio della trasparenza decisionale nell’adozione di misure di contrasto alle emergenze sanitarie e dell’accessibilità per l’intera comunità internazionale di banche dati, piattaforme ed infrastrutture nel pieno rispetto del diritto umano alla diffusione del sapere scientifico; a sostenere con convinzione, anche in vista della presidenza italiana nel 2021, un impegno dei Paesi G20 a rafforzare la cooperazione internazionale per la prevenzione di tutte le pandemie e per lo sviluppo di vaccini e di strumenti diagnostici e trattamenti terapeutici contro il Coronavirus».

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ATTUALITÀAlessandro ZanDdl ZanLGBTQ+Liber* Tutt*OmofobiaPD

Alessandro Zan, il papà della legge contro l’omotransfobia: «La destra? Omofoba e misogina»

05 Agosto 2020 - 22:10 Fabio Giuffrida
«Salvini non ha mai letto il ddl. Nel testo, infatti, non si parla di omosessuali o trans ma di identità di genere e orientamento sessuale» ha spiegato il deputato Zan, intervistato dai Sentinelli di Milano

«In Parlamento c’è un sessismo imperante che esprime una cultura illiberale e non moderna. La destra dice che la legge contro l’omotransfobia sia un bavaglio ma in realtà questa è solo una scusa per non dire che loro sono omofobi e misogini». Queste le parole di Alessandro Zan, il deputato del Partito democratico, promotore della legge contro l’omotransfobia, intervistato su Facebook dai Sentinelli di Milano.

Il video

«Vogliono sminuire la legge»

Contro il ddl Zan, infatti, si sono schierati la destra, la Cei e il “popolo della famiglia“, già sul piede di guerra. «Siamo accerchiati, vogliono sminuire la legge e noi dobbiamo difenderla. Salvini? Non ha mai letto il ddl, nel testo non si parla di omosessuali o trans ma solo di identità di genere e di orientamento sessuale» ha detto.

«Escalation di violenze»

Poi, ricordando il caso del 25enne pestato perché passeggiava mano nella mano sul lungomare con il suo fidanzato a Pescara, ha parlato di «un’escalation» di episodi simili, con ragazzi e ragazze «insultati, derisi, discriminati e fatti oggetto di violenza». Dopo l’ok della Commissione giustizia, l’inserimento di una “clausola salva idee”, la presentazione di mille emendamenti e l’approdo in aula, il ddl Zan è pronto alla battaglia finale: quella per l’approvazione. Bisognerà però attendere almeno settembre: in estate, infatti, con decine di «parlamentari in missione», sarebbe troppo rischioso, ha concluso Zan.

Foto in copertina da Facebook | Alessandro Zan

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Beirut. Le foto delle persone saltate in aria? Non sono esseri umani e non riguardano l’esplosione

05 Agosto 2020 - 22:03 David Puente
Cercano la tragedia nella tragedia, nel bene o nel male, ma nelle immagini ci sono solo degli uccelli

Non si fermano i dubbi o le certezze degli utenti che stanno cercando di osservare attentamente ciò che è accaduto a Beirut il 4 agosto 2020, un’esplosione che sicuramente è entrata a far parte della storia non solo per il Libano che dovrà affrontare enormi problemi a riguardo. Tra le segnalazioni pervenute troviamo quella del tweet di Barbara Raval dove sostiene di aver individuato delle persone «saltate in aria nell’esplosione». No, non sono persone!

Dalle immagini è possibile scovare la fonte dell’utente Barbara, ossia un tweet dell’ account News 365 (@News365_online) dove si sostiene che gli oggetti evidenziati nelle immagini siano esseri umani. Non è l’unico, gli account social che diffondono la narrativa di queste foto sono parecchi.

C’è un problema alla base, ossia che le immagini fanno riferimento a un momento successivo all’esplosione. Infatti, se ci fossero stati degli esseri umani lanciati per aria dall’esplosione sarebbero stati scaraventati in aria a causa dell’onda d’urto generata dalla stessa, tra l’altro visibile nella enorme bolla bianca che si era creata al momento dell’esplosione. Vediamo un video:

La colonna di fumo rossa è successiva all’onda d’urto dell’esplosione che ha devastato l’area, come possiamo vedere da questi fotogrammi:

Ecco la foto dove si vedrebbero gli esseri umani in aria, secondo gli utenti, in cui la colonna di fumo rossa prende la direzione del vento essendo stata nello scatto immortalata tempo dopo l’esplosione:

Un altro confronto per comprendere è quello che possiamo fare con il seguente video, dove l’esplosione è avvenuta da poco e la colonna di nube rossa è ancora in verticale:

Ora che abbiamo capito che le immagini riguardano un momento successivo all’esplosione, che cosa vediamo in volo? Cosa vedete nella seguente immagine condivisa dall’account Twitter @CronacaSocial?

Mettiamola a confronto con l’immagine diffusa dagli utenti che credono di aver visto dei corpi in aria a seguito dell’esplosione. Notate che si tratta di uno stormo di uccelli nella classica formazione a V?

Questa non è l’unica narrativa diffusa sull’esplosione di Beirut dove gli uccelli sono protagonisti. Concludiamo con un purtroppo: nelle foto (una visibile tramite questo link) del disastro ci sono molti corpi rinvenuti sul posto dell’esplosione.

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Una città in ginocchio: le immagini di Beirut dopo l’esplosione al porto – La gallery

05 Agosto 2020 - 21:53 Redazione
*** Attenzione: Immagini Forti*** In pochi istanti una nube rosa è passata sopra città e colline, arrivando a coprire zone fino a 12 chilometri di distanza

Un incidente. È questa la tesi più quotata su quanto successo ieri, 4 agosto, nella capitale del Libano, Beirut. Un’esplosione alle 18.08 la cui onda d’urto è stata avvertita addirittura a Cipro. In poco tempo è comparsa una nube di colore rosa che ha sorvolato la città e le colline, arrivando a insinuarsi nelle finestre e nelle porte di palazzi e negozi che distano anche 12 chilometri dal luogo dell’accaduto. Da lì in poi, il caos.

Centinaia di persone con il volto insanguinato si aggiravano per le strade in cerca d’aiuto. Sono stati presi tutti alla sprovvista, durante la vita di tutti i giorni, anche nella tranquillità delle loro case. Pompieri e forze dell’ordine sono arrivati in soccorso dei cittadini. I funzionari libanesi hanno riferito che quanto è successo è riconducibile a 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio confiscato e immagazzinato nel porto per sei anni. E poi deflagrato ieri pomeriggio.

Ora si cercano i dispersi. Secondo governatore della città, Marwan Abboud, circa 300mila persone sono rimaste senza casa. La scena, apocalittica, è stata paragonata a quella di Hiroshima e Nagasaki. Nel frattempo il ministro della Salute libanese Hamad Hasan ha chiesto ai cittadini di lasciare la città nel minor tempo possibile. L’aria, divenuta tossica per effetto dell’esplosione, potrebbe creare danni, anche mortali, alle vie respiratorie.

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POLITICAFriuli-Venezia GiuliaImmigrazioneLegaRazzismoVideo

Trieste, il consigliere regionale della Lega: «Io sparerei tranquillamente ai migranti» – Il video

05 Agosto 2020 - 21:07 Redazione
Le parole d'odio sono state pronunciate da Antonio Calligaris, consigliere leghista in Friuli Venezia Giulia, dopo l'irruzione in aula di alcuni militanti di CasaPound

«Sono uno di quelli che gli sparerebbe a quelli lì, tranquillamente». Così il consigliere leghista del Friuli Venezia Giulia, Antonio Calligaris si è rivolto a un gruppo di esponenti di CasaPound che martedì 4 agosto ha fatto irruzione in aula, a Trieste, per protestare contro i nuovi arrivi di migranti in regione. Le parole dell’esponente della Lega sono state riprese dalle telecamere della regione e pubblicate dal quotidiano Il Piccolo sul proprio sito. L’incursione dei militanti di CasaPound (una decina in tutto) è avvenuta durante una seduta di una commissione del Consiglio regionale che discuteva di migranti. I militanti del gruppo di estrema destra sono entrati senza essere fermati e, con le mascherine in volto, hanno urlato ai consiglieri presenti di «fare qualcosa».

Il consigliere è andato incontro ai militanti di CasaPound per contestare la loro irruzione in aula prima di pronunciare le sue parole d’odio. I militanti sono stati denunciati successivamente dal presidente dell’aula Piero Mauro Zanin, per quello che ha definito «un attentato alla democrazia». Calligaris si è scusato successivamente con una nota in cui ha detto di essersi pentito. Il Partito democratico ha chiesto le dimissioni del consigliere. Per Debora Serrachiani (Pd, ex presidente del Friuli Venezia Giulia) «siamo di fronte a un’escalation di intolleranza non solo verbale, il cui limite si sposta ogni giorno».

Foto di copertina: FACEBOOK | Antonio Calligaris

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ATTUALITÀCoronavirusDistanziamentoSanitàSpiaggeToscana

In spiaggia chiede il distanziamento per il figlio malato ma viene aggredita: «Il Coronavirus non esiste»

05 Agosto 2020 - 20:33 Redazione
«È malato da anni di Tbm, la sindrome di Williams-Campbell, che parte dalla trachea, poi colpisce i bronchi e se non curata porta alla morte. Ho paura della gente. Ho paura della cattiveria e dell’ignoranza» racconta la madre del bambino al quotidiano "il Tirreno"

«Il Coronavirus non esiste. Se suo figlio è malato lo tenga chiuso in casa». Questa la frase che due turiste, in Toscana, hanno gridato alla madre di un bambino con problemi respiratori e da poco sottoposto a un trapianto di trachea. La donna aveva chiesto di rispettare il distanziamento sociale in spiaggia.

Cosa è successo

A raccontare la vicenda è Il Tirreno secondo cui i fatti si sono verificati sabato pomeriggio a Massa Carrara quando due donne improvvisamente hanno deciso di srotolare un telo mare accanto al bambino. Così vicino da toccargli i piedi. «Ho visto mio figlio guardarmi con occhi increduli e impauriti, come a volermi chiedere “mamma possono farlo?» racconta la donna che, a quel punto, è intervenuta ricordando alle due ragazze il rispetto del metro di distanza. Non per capriccio ma per una necessità. «Se è ammalato se lo tenga chiuso in casa, oppure si sposti lei» le hanno risposto.

«Ho perso la calma. Ho indossato la mascherina, perché mi sono venute vicino al volto, aggredendomi verbalmente, simulando di toccare mio figlio, rimasto impietrito seduto sulla sua sdraio, sbeffeggiandoci, urlando che il Covid non esiste e che stavamo limitando la loro libertà. Noi che abbiamo passato due anni tra casa e ospedale, 13 ore in sala operatoria, giorni interminabili in rianimazione» continua la donna.

La malattia del figlio

Il figlio ha paura di «essere toccato, di ammalarsi di Coronavirus perché per lui sarebbe letale». Vorrebbe tornare a scuola ma non può, ha trascorso quattro mesi di isolamento con la madre, senza vedere nessun altro. Il prossimo 17 agosto dovrà sottoporsi a nuovi controlli in ospedale e probabilmente anche a una nuova operazione. «È malato da anni di Tbm, la sindrome di Williams-Campbell, che parte dalla trachea, poi colpisce i bronchi e se non curata porta alla morte. Ora ho paura della gente. Ho paura della cattiveria e dell’ignoranza» confida la donna a il Tirreno.

Ad aiutare mamma e figlio ci hanno pensato i bagnanti. Le due donne, invece, si sono allontanate, forse dopo la minaccia di chiamare i carabinieri. Ora, però, il bambino ha paura di uscire di casa. Teme di incontrarle di nuovo.

Foto in copertina di repertorio: ANSA/DIEGO TARALLETTO

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POLITICAGiuseppe ConteGoverno Conte IILegge elettorale

Legge elettorale, maggioranza al palo. Così Conte dovrà sbrogliare l’ennesimo nodo a settembre

05 Agosto 2020 - 19:41 Marco Assab
Il segretario del Pd Zingaretti spinge: «Pericoloso il taglio dei parlamentari senza legge elettorale». Renzi: «Se vogliono proporzionale discutiamo»

All’inizio dello scorso mese, nelle intenzioni di Pd e M5s, la nuova legge elettorale sarebbe dovuta approdare alla Camera il 27 luglio. Ma il Germanicum per adesso resta al palo. Non c’è ancora nemmeno il via libera al testo base della Commissione Affari costituzionali. Troppo forti le distanze dentro e fuori la maggioranza. Per farla breve: non ci sono i numeri per la sua approvazione. L’unica soluzione per sbloccare l’impasse sembrerebbe quella di virare verso altri modelli. E mentre il Pd spinge per un’approvazione della riforma entro il 20 settembre, così da legarla al taglio del numero dei parlamentari (scontato l’esito del referendum), da Italia Viva arrivano i primi piccolissimi segnali di conciliazione. Una rinnovata disponibilità stimolata, forse, dall’apertura al proporzionale manifestata in un’intervista al Foglio da Renato Brunetta. Appare infatti chiaro come un ipotetico sì di Forza Italia (molto ipotetico, viste le differenti vedute interne al partito) neutralizzerebbe il potere di veto dei renziani, che con il loro niet hanno di fatto sbarrato l’iter parlamentare della nuova legge proporzionale.

Zingaretti: «Pericoloso taglio dei parlamentari senza legge elettorale»

Le spinte più forti sono arrivate dal segretario del Pd Nicola Zingaretti, che ha legato il tema della riforma elettorale a quella del taglio dei parlamentari, una sforbiciata da 230 deputati e 115 senatori: «Rinnovo dunque l’appello alla collaborazione, a tutti gli alleati e a fare di tutto affinché, a partire dal testo condiviso dalla maggioranza, si arrivi entro il 20 settembre a un pronunciamento di almeno un ramo del Parlamento». Il segretario dem, citando Bartolomeo Sorge, ha sottolineato il pericolo di votare a favore del referendum sul taglio dei seggi in Parlamento senza avere però una nuova legge elettorale, in questo caso di impianto proporzionale. «Per questo il Partito Democratico – ha proseguito Zingaretti – un anno fa ha fatto inserire questo punto nel programma di governo. Per questo, e non per perdere tempo, spesso in solitudine nelle ultime settimane abbiamo riproposto questo tema da inserire nell’agenda parlamentare».

E Delrio chiama in causa Conte

Sulla stessa lunghezza d’onda il capogruppo Pd alla Camera Graziano Delrio che in una intervista a la Repubblica, dopo aver invitato gli alleati a «rispettare gli accordi presi in maggioranza» (Italia Viva in primis), ha anche chiamato in causa il presidente del Consiglio Giuseppe Conte: «Questo cambio di orizzonte – ha osservato – non è imputabile a Conte. Ma, certo, il venir meno di un pezzo del patto di governo è una cosa su cui adesso anche lui dovrà lavorare». Insomma quello a cui fa riferimento Delrio è il Conte mediatore, paziente tessitore, ruolo a cui il presidente del Consiglio è stato chiamato fin dal primo giorno del suo insediamento a Palazzo Chigi, quando l’alleato era ancora Salvini. E anche dai banchi più a sinistra dell’emiciclo arriva un appello: «L’introduzione del proporzionale è condizione necessaria» per il taglio dei parlamentari, ha avvertito il deputato di Leu Stefano Fassina.

Renzi: «Parliamone»

Riflettori puntati, quindi, su Italia Viva. Le reticenze dei renziani, facilmente spiegabili di fronte a una legge proporzionale con soglia di sbarramento al 5% che, di fatto, stando agli attuali sondaggi li escluderebbe dal Parlamento, sembrano però potersi ammorbidire. Dopo aver rilanciato lo storico cavallo di battaglia del “sindaco d’Italia”, una legge elettorale sul modello di quelle comunali, ritirando la propria disponibilità a votare il Germanicum, Renzi in un’intervista al Tg1 ha lasciato aperto uno spiraglio: «Noi siamo stati sempre a favore del maggioritario e per la legge dei sindaci. Se altri vogliono il proporzionale discutiamo ma la priorità sono i posti di lavoro e il Paese che non ce la fa».

Discutiamo, sì, ma a quali condizioni? Facile immaginare che l’unica condizione possibile per far tornare al tavolo Italia Viva sia un abbassamento della soglia di sbarramento. Modifica che, non sarà sfuggito ai più attenti, converrebbe pure al centrosinistra, almeno sulla base delle recenti simulazioni effettuate da Ipsos. Se con il Germanicum e uno sbarramento al 3% Leu, Italia Viva, Azione ed Europa Verde, dovessero riuscire ad andare oltre quella soglia, il rapporto di forza tra centrosinistra e centrodestra in Parlamento (stando agli attuali sondaggi) sarebbe ribaltato. Che poi si riesca davvero a tenere insieme una coalizione in stile “L’Unione” di Romano Prodi (era il lontano 2006) è tutto da vedere.

Di Maio: «Accordo tra forze di maggioranza va rispettato»

Mentre Lega e Fratelli d’Italia insistono sul maggioritario, chiudendo a possibili sponde con la maggioranza, tiene la barra a dritta il Movimento 5 Stelle. Il taglio dei parlamentari, ha osservato il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, «dovrà essere accompagnato da una nuova legge elettorale che sia rappresentativa al massimo». Ovvero il sistema proporzionale previsto dal Germanicum. «C’è un accordo tra le forze politiche di maggioranza e va rispettato», ha detto l’ex capo politico del Movimento. La pausa estiva sarà breve. Una piccola tregua per Conte, che subito dopo dovrà ricominciare con il suo lavoro di sintesi, per tenere insieme le anime di una maggioranza che, su ogni dossier finora affrontato dal presidente del Consiglio, ha mostrato di avere sensibilità diverse. E la tenuta della coalizione passerà da questo e altri appuntamenti, senza dimenticare le elezioni Regionali e senza dimenticare l’autunno economico che si prospetta.

Foto copertina: ANSA/POOL – ROBERTO MONALDO

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LE NOSTRE STORIEBeirutEsplosioniLibanoMedio Oriente

Esplosione a Beirut, Jihane Rahal: «Abbiamo pensato a un attentato. Sembra di stare in guerra» – L’intervista

05 Agosto 2020 - 18:55 Sergio Colombo
Le scene di disperazione per la strada, gli ospedali al collasso, il nodo ricostruzione: il dramma libanese visto da dentro, nelle parole di una cooperante

Jihane Rahal era arrivata nel negozio di suo marito da pochi minuti quando l’edificio ha iniziato a tremare. Poi, a distanza di alcuni secondi, il boato che nel tardo pomeriggio del 4 agosto ha devastato Beirut, causando oltre 100 morti e 4mila feriti. Nella voce di Jihane, 40 anni, gli ultimi sei da dipendente della Ong italiana Avsi in Libano, c’è ancora traccia di quegli istanti di terrore.

Il panico per le strade: «Come in uno di quei film americani»

«Ero appena arrivata da mio marito, che ha una boutique di alcolici di alta gamma a Dbaye, una decina di chilometri a nord di Beirut», dice Jihane a Open. «Giusto il tempo di appoggiare la borsa, dire due cose e la terra ha iniziato a tremare. A quel punto mio marito mi ha guardato e mi ha detto: “C’è un terremoto”». Era la prima esplosione. Jihane è subito uscita dal negozio, al primo piano dell’edificio, per catapultarsi in strada: «A metà della prima rampa di scale ho sentito un botto mostruoso, qualcosa di indescrivibile. La seconda esplosione». Quella più dirompente, che ha messo in ginocchio la capitale libanese, danneggiando pesantemente i suoi ospedali più grandi e lasciando senza una casa circa 300mila persone, stando alle prime stime.

Jihane Rahal, 40 anni, lavora per Avsi in Libano da sei anni

Dopo la prima esplosione avete pensato a un terremoto. Dopo la seconda?

«Abbiamo pensato tutti a un attentato: è stato talmente forte, ci siamo detti, che non poteva essere nient’altro. Nessuno aveva mai sentito nulla di simile. Nemmeno mio marito, che ha vissuto la guerra civile. Le bombe che sentiva esplodere in quegli anni (tra il 1975 e il 1990, ndr), mi ha detto, non erano paragonabili al boato di ieri».

Una volta scesa in strada, che scenario ti sei trovata davanti?

«Mi sono trovata circondata da gente nel panico. Vetri rotti per terra, tutt’attorno gli edifici sventrati dall’onda d’urto. Subito mi sono messa in contatto con Beirut: “È l’Apocalisse”, mi hanno detto, “sembra di essere in uno di quei film americani”. Le strade di Beirut erano piene di corpi senza vita sull’asfalto, palazzi vecchi e nuovi sventrati da parte a parte, gente insanguinata. Tutti a cercare familiari, amici, che in tanti casi tutt’ora non si sa dove si trovino».

Com’è attualmente la situazione negli ospedali?

«In città a Beirut ci sono tre ospedali principali, e sono tutti parzialmente distrutti. La conseguenza è che lavorano a regimi molto bassi, nonostante continuino ad arrivare feriti. In quegli ospedali, ieri, sono morti infermieri, medici, pazienti. Il Libano, peraltro, era in una fase in cui l’emergenza Coronavirus si stava aggravando, eravamo di nuovo in un semi lockdown e le strutture sanitarie della capitale erano sotto pressione crescente. Ora speriamo che arrivino presto gli aiuti internazionali».

Alcuni Paesi si sono già messi in moto per dare il loro contributo.

«Sì, in questo momento la maggior parte degli aiuti stanno arrivando da Paesi arabi come Qatar, Kuwait, Iraq e Iran, ma anche dalla Russia e, all’interno dell’Unione europea, dalla Francia, che con il Libano ha un legame storico particolare. Pure altri Stati, come Italia e Regno Unito, si sono offerti di dare una mano. La priorità è il materiale sanitario e gli ospedali da campo che possano dare respiro alle strutture danneggiate dall’esplosione».

In termini di numeri, le stime parlano di 4mila feriti, ma anche – secondo il governatore di Beirut Marwan Abboud – di circa 300mila sfollati.

«Si tratta di un dato provvisorio, nei prossimi giorni si capirà un po’ meglio quante persone non potranno tornare nelle proprie case e quali edifici non saranno più agibili».

Le macerie di Beirut dopo l’esplosione del 4 agosto

Quali soluzioni sono state messe in campo per chi ha perso la casa? Dove dormiranno stanotte queste persone?

«S’è attivata la Croce rossa, che sta allestendo tende per accoglierle. Io stessa ho gli zii e la nonna che abitavano a Beirut, nel quartiere cristiano di Achrafieh, e che hanno perso la casa, oltre a essere rimasti feriti, per fortuna in maniera non grave: loro andranno a stare da mia cugina. Certo, ci sono persone che magari non hanno parenti in grado di accoglierle. Ma in questi giorni tantissimi cittadini hanno aperto le proprie case agli sfollati, lo stesso hanno fatto alcuni albergatori con le proprie strutture. Se c’è un aspetto positivo in questa situazione è che il Paese sta dando grande prova di solidarietà».

Però si hanno anche notizie di scontri tra manifestanti di fazioni politiche opposte. In un Paese come il Libano, storicamente diviso su base settaria, è più probabile che la tragedia di ieri unisca la popolazione o finisca per esacerbare le tensioni sociali che l’attraversano?

«È vero, una piccola porzione della popolazione segue il leader della sua fazione politica. Ma mi auguro che questa tragedia possa unire ulteriormente i cittadini oltre le divisioni settarie. E magari far sì che gli stessi leader politici si uniscano nella ricerca della verità sui fatti di ieri, anche se temo sia una speranza vana. Se davvero il governo sapeva che il materiale stoccato che ha causato l’esplosione era lì da tempo, allora potrebbero rinfocolarsi le tensioni politiche e l’esecutivo cadere».

Una nuova crisi politica rischierebbe di complicare l’accesso agli aiuti internazionali, che finora i creditori hanno sempre condizionato alle riforme dell’esecutivo.

«Senza gli aiuti rischiamo di non essere in grado di ricostruire le nostre case. Né ora – con l’esercito che impedisce di entrare nelle abitazioni danneggiate -, né mai. Il Libano è un Paese in default, è senza soldi. La gente è senza soldi. Abbiamo i conti corrente bloccati, non possiamo fare bonifici verso l’estero e anche i prelievi hanno un tetto stabilito sulla base di quanto una persona ha sul conto. Se mi fanno prelevare 1.000 euro al mese, ci metto dieci anni a ricostruire casa. Solo gli aiuti internazionali possono dare il la alla ricostruzione. Ma i creditori si fideranno di questo Paese?».

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Esplosioni a Beirut: l’orribile video delle vittime per strada in realtà è di un incidente avvenuto in Brasile

05 Agosto 2020 - 18:47 David Puente
Circola un video dove verrebbero mostrate le vittime dell'esplosione nella capitale libanese. Ma è una delle tante fake news

A seguito delle esplosioni avvenute il 4 agosto 2020 a Beirut, in Libano, sono iniziati a circolare alcune notizie, immagini e video falsi. Alle ore 10:04 ora italiana l’utente @Fashkol_AR pubblica un tweet in lingua araba in cui viene riportato un video associato all’esplosione. Ecco la traduzione fornita tramite Google Translate:

Fonte medica libanese: numero di persone uccise in un’esplosione #مرفأ_بيروت Possono variare da 700 a 1.000 persone, la maggior parte civili, compresi i vigili del fuoco e la difesa civile, e il numero di feriti supera i 10.000. Scene orribili dei morti nelle strade e un grande ospedale di #بيروت Non può più ricevere feriti e feriti.

Il video raffigura una strada dove si osservano auto distrutte e diversi cadaveri a pezzi sparsi sull’asfalto. Un video crudo, a dir poco splatter, ma che non riguarda affatto Beirut.

Il video in realtà è stato registrato in Brasile e riguarda un orribile incidente avvenuto domenica notte (2 agosto 2020) nei pressi di São José dos Pinhais nello Stato di Paraná.

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SOSTENIBILITÀAbruzzoCarabinieriIncendiL'AquilaPolitiche ambientali

I boschi bruciano e la Forestale (per colpa della Legge Madia) deve restare a guardare

05 Agosto 2020 - 18:11 Giada Giorgi
La Legge del 2016 ha accorpato i forestali all'Arma dei Carabinieri. L'allarme: «Competenze mai sostituite da ripristinare al più presto»

I boschi de L’Aquila continuano a bruciare. I vigili del fuoco, la Protezione Civile e i volontari delle zone limitrofe stanno facendo il possibile. Tutti tranne il Corpo Forestale, “costretto” a guardare senza poter far nulla. Mentre la terra abruzzese – ma non solo – viene mangiata dal fuoco, le competenze specifiche degli uomini e delle donne della fu Forestale infatti restano fuori gioco. Da quattro anni, non sono più titolati a intervenire. La Legge Madia ha soppresso il Corpo, trasferendone gran parte delle risorse all’Arma dei Carabinieri – che è provvisto sì, di un comando specifico per la Tutela Forestale, ma che si occupa di attività di prevenzione, sostegno e monitoraggio, «con una presenza sul territorio in termini di lotta attiva ben lontana da quella dell’ex forestale», come gli ambientalisti cercano di spiegare in questi giorni.

La soppressione del corpo

Una militarizzazione forzata che ha trasformato i forestali, prima del 2016 corpo civile, e che, secondo quanto continua a ribadire la Federazione Rinascita Forestale Ambientale, «ha segnato la perdita di competenze mai più sostituite». Nessuna polemica nei confronti del lavoro che il Corpo dei vigili del fuoco sta svolgendo in questi giorni, «ma di fatto si basano su una preparazione differente», spiegano gli ambientalisti. «Sono molto più specializzati sui centri abitati e abituati a operare con il distaccamento, nulla a che fare con la preparazione dei forestali e con il monitoraggio sul luogo 365 giorni l’anno».

La norma è nata nel 2016 con l’intento di accorpare le diverse forze di polizia del Paese e puntare quindi a una riduzione delle spese complessive. Il risultato è stato però anche la perdita di un’alta specializzazione che non può al momento più essere usata per esempio per la lotta agli incendi.

«Meno costi ma più rischi»

Per gli ex forestali si tratta di conoscere la cosiddetta «orografia» della montagna, e quindi i tratti specifici della zona, in base ai quali l’entità dell’incendio varia notevolmente. E poi i venti, le caratteristiche del sottobosco e della flora. Sapere, per esempio, individuare la presenza di resine, che rispetto ad altre tipologie di piante permettono una più veloce propagazione delle fiamme.

«La conoscenza dei boschi può fare la differenza, così come anche l’utilizzo degli elicotteri», spiega la Federazione Rinascita Forestali. Domare gli incendi ha costi molto elevati, ma l’affido dell’azione di spegnimento a elicotteri di aziende private avrebbe contribuito a un indebolimento delle competenze specifiche e a un «business degli incendi»: gli obiettori della legge Madia sottolineano come, come prima della del 2017, ci fosse una maggiore collaborazione «anche con gli stessi piloti, parti integranti di un’unica filiera di spegnimento».

Altro punto critico della smobilitazione del Corpo Forestale sarebbe la figura del Dos, il Direttore delle Operazioni di Spegnimento. Un ruolo specifico basato sull’esperienza decennale tra i boschi. «Il Dos conosce ogni angolo della montagna, i sentieri più utili e veloci per raggiungere un focolaio» continuano. «Perché si impiegano Direttori chiamati da zone lontane? Che non conoscono né il territorio da tutelare né le squadre Anti Incendio Boschivo (AIB) da coordinare?», si chiedono – aggiungendo però «un sincero e doveroso ringraziamento nei confronti dei vigili del fuoco e dei volontari di Protezione civile che in questi giorni stanno lottando come possono».

La Corte europea boccia l’Italia

La Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU)ha bocciato l’Italia sulla riforma del Corpo forestale e il decreto legislativo n. 177 del 2016 della legge Madia. Alla base della bocciatura la perdita, da parte dei forestali, che da civili sono stati “militarizzati”, del diritto alla libera associazione sindacale e allo sciopero. Secondo la Cedu una violazione dell’art. 11 della Convenzione europea, che tutela il diritto di libera riunione e associazione.

La prospettiva futura è ora quella di un accorpamento alla Polizia di Stato, con la formazione di una cosiddetta Polfor, Polizia forestale, ambientale e agroalimentare. Una possibilità diventata proposta di legge a firma del deputato M5S Maurizio Cattoi, e presa in esame in questi giorni dalle Commissioni Difesa e Affari Costituzionali.

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Esplosione nel porto di Beirut: il ruolo del nitrato di ammonio non trova concordi gli esperti

05 Agosto 2020 - 18:05 Juanne Pili
Sono ancora tanti gli interrogativi su come sarebbe avvenuta l'esplosione

A seguito delle esplosioni avvenute nel porto di Beirut il 4 agosto, attribuite alla presunta presenza di 2750 tonnellate di nitrato di ammonio, sono circolate voci di un possibile attentato, a stretto giro smentite da alcuni funzionari del Pentagono. Si conterebbero – secondo diverse fonti – circa 300mila persone senza casa, oltre 100 vittime e 4mila feriti, tra cui alcuni militari italiani della missione Onu Unifil.

Il sequestro di un carico sospetto nel 2013

Nel porto sarebbero stati presenti ingenti quantità di nitrato di ammonio, lì da almeno sei anni e di cui sarebbe stata chiesta da tempo la rimozione. Sono in corso accertamenti sulle effettive cause della detonazione: i materiali diffusi nell’aria potrebbero avere inoltre effetti pericolosi sulla salute della popolazione, anche a lungo termine. La presenza di questa sostanza, che mischiata ad altre può essere esplosiva, si dovrebbe al carico sequestrato a una nave nel porto di Beirut nel settembre 2013. Questo materiale, di norma utilizzato come fertilizzante, non è una novità per chi si occupa di attentati terroristici.

Quindi non dovrebbero esserci dubbi sul ruolo del nitrato d’ammonio. O forse no?

Le perplessità sul nitrato di ammonio

Nick Waters è un ex ufficiale dell’esercito britannico. Solitamente si occupa di analisi riguardanti l’attività di intelligence e la sicurezza. Il 4 agosto compare su bellingcat un suo articolo sui fatti di Beirut. Secondo l’autore il collegamento col carico di nitrato d’ammonio deriverebbe da tweet poi eliminati, che hanno ispirato i resoconti di diversi media libanesi. Altri riferimenti riportati anche su Aljazeera individuano il carico sequestrato dall’autorità doganale nel 2013. Una foto in particolare mostra dei sacchi con l’etichetta NITROPRILL, che secondo Waters potrebbero far riferimento a una società brasiliana denominata Nitro Prill Bombeamento de Explosivos.

«Il design delle finestre – continua l’ex ufficiale – dei lucernari e delle marcature delle porte del magazzino sembrano corrispondere a quelli dei magazzini nel porto di Beirut, indicando che questa foto è stata probabilmente scattata lì, anche se non è stato possibile confermare esattamente quale magazzino questa foto raffigura».

Da un lato questi riferimenti ci aiutano a escludere le ipotesi riguardo a una bomba nucleare, o all’attività di una base missilistica di Hezbollah. Dall’altro questi indizi non sembrano sufficienti a dare un contesto temporale preciso. Al momento, da parte del Governo libanese, non vi sarebbero spiegazioni ufficiali sulle cause della detonazione.

I sacchi di NITROPRILL associati al carico sequestrato nel 2013.

Pellegrino Conte è un professore di chimica dell’università degli studi di Palermo, membro dell’associazione di scienziati e debunker Patto trasversale per la scienza (Pts), da noi già consultato per l’analisi della nube di anidride solforosa registrata a Wuhan, collegata a una presunta attività di cremazione delle vittime dovute alla Covid-19. Abbiamo contattato il Professore proprio mentre era intento a svolgere una analisi basata sui dati trapelati sui media, i cui risultati sono ora disponibili sul suo blog.

«Supponendo che sia vero il collegamento col nitrato d’ammonio – spiega il Professore – sappiamo che quando si decompone ad alta temperatura, può dar luogo a diverse reazioni: porta alla formazione di protossido di azoto, incolore; l’altra prevede la formazione di azoto molecolare e ossigeno. Non sono un esperto di esplosioni. Posso solo basarmi sui dati presentati nei media e vedere se da un punto di vista chimico hanno qualche significato. È possibile vedere qualche indizio anche in un documento presente nel sito dei vigili del fuoco, su incendi ed esplosioni».

«Un chilogrammo di nitrato di ammonio – continua Conte – genera una pressione di circa 5200 Bar. Vale a dire più di cinquemila volte la pressione al livello del mare. Facendo i conti con le circa tre tonnellate di nitrato di ammonio che sarebbe stato presente nel porto di Beirut, si arriva a generare una pressione per litro di circa 1.6 x 10^10 bar/L. Questo spiegherebbe quella deflagrazione così potente. Per quanto riguarda la formazione della nube emessa, io l’ho attribuita alla pressione del vapore emesso; come succede con gli aerei supersonici, che con la loro onda d’urto comprimono le molecole d’acqua in atmosfera. Questo è quel che potrebbe essere verosimilmente accaduto».

«Non so però – non essendo un esperto di esplosivi – quanto nitrato d’ammonio occorrerebbe per ottenere questo effetto nella realtà. Perché si possa avere una deflagrazione è necessario superare certe temperature, quindi fino a 250 gradi (per esempio in caso di incendio) si produce il protossido di azoto; oltre quella temperatura si producono determinati gas».

Però come ci si arriva? «Tutto questo si potrebbe spiegare con un attentato o con un cortocircuito, che ha innescato prima un incendio e poi l’aumento di temperatura. Chiaramente, al momento non possiamo escludere che la detonazione fosse dovuta ad altri materiali. Parliamo di un deposito dove potrebbe trovarsi di tutto, tra gas e altri materiali esplosivi. Tutto un insieme di cose che, assieme al nitrato d’ammonio, potrebbero aver generato l’esplosione».

Per quanto riguarda invece i colori visibili, questi potrebbero spiegarsi con altri fenomeni. Per esempio, il rossiccio della nube visibile in alcune foto si potrebbe spiegare con la formazione di biossido di azoto? «Il rosso mattone, in particolare, è anche il colore dell’emissione alla fiamma di alcuni metalli – dice il Professore – quindi non necessariamente è dovuto a biossido di azoto. Può essere qualsiasi cosa».

(Photo by Janine HAIDAR / AFP) (Photo by JANINE HAIDAR/AFP via Getty Images) | Lebanon blast.

Danilo Coppe è un esperto di demolizioni controllate, già consulente di Paolo Attivissimo nel debunking delle tesi di complotto sull’11 Settembre, ha lavorato all’ultima perizia sulla bomba della strage di Bologna e alla demolizione del Ponte Morandi. In una intervista rilasciata a Fanpage esprime scetticismo riguardo al ruolo del nitrato di ammonio.

«No, macché nitrato di ammonio – afferma l’esperto – Quello per me era un deposito di armamenti, non c’entra il nitrato di ammonio … Il nitrato di ammonio fa del fumo giallo e lì si vede arancione e rosso, primo. Secondo: non erano 2.700 tonnellate, perchè se fossero state 2.700 tonnellate, voleva dire più di 100 container di nitrato di ammonio. E 100 container non esplodevano in simultanea così, perchè il nitrato di ammonio da solo se ne sta bravo».

Insomma, stando alle immagini, l’esplosione non dovrebbe collegarsi a 2700 tonnellate di «fertilizzante», che richiederebbero il coinvolgimento di un centinaio di container contemporaneamente. 

Foto di copertina: A picture shows the scene of a huge explosion that rocked the Lebanese capital Beirut on August 4, 2020. – A large explosion rocked the Lebanese capital Beirut on August 4, an AFP correspondent said. The blast, which rattled entire buildings and broke glass, was felt in several parts of the city. (Photo by Janine HAIDAR / AFP) (Photo by JANINE HAIDAR/AFP via Getty Images).

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