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Beirut, quello che resta del porto dopo l’esplosione visto dal drone – Il video

05 Agosto 2020 - 14:30 Redazione
Ecco quello che resta dopo le due esplosioni avvenute nel porto della capitale libanese

Le immagini impressionanti – il governatore della città, Marwan Abboud, parla di una devastazione paragonabile a quella di Hiroshima e Nagasaki – di quello che resta dopo la devastante esplosione, avvenuta verso le ore 18 (17 ora italiana) al porto di Beirut, in Libano, in un breve filmato girato da un drone in volo sull’intera area. Il bilancio è di oltre 100 morti e più di 4 mila feriti. Le squadre di soccorso sono ancora al lavoro in operazioni di salvataggio per cercare le persone ancora sotto le macerie.

Editing video: Vincenzo Monaco

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Esplosione a Beirut, chi è il militare italiano ferito: da Bitonto alle medaglie al valore

05 Agosto 2020 - 14:19 Redazione
Si chiama Roberto Caldarulo, è caporal maggiore dell'esercito e vive in Puglia con la famiglia. In passato, ha operato in Turchia e Kosovo

Si chiama Roberto Caldarulo il militare italiano rimasto ferito nell’esplosione che il 4 agosto ha colpito il centro di Beirut, capitale del Libano. Caldarulo, 40 anni e un’esperienza pluriennale dal Kosovo alla Turchia, è caporal maggiore dell’esercito italiano e vive con la famiglia a Palombaio, frazione di Bitonto, in Puglia.

Il messaggio del sindaco di Bitonto

A lui ha rivolto un pensiero il sindaco di Bitonto, Michele Abbaticchio, che su Facebook ha scritto: «A Roberto e alla sua famiglia vada l’abbraccio di tutta la comunità bitontina e pugliese. Non riesco neanche ad immaginare cosa abbiano provato e quali devastanti ricordi resteranno nella memoria di questo terribile evento. Vi siamo vicini».

Caldarulo, che stando alle prime informazioni non sarebbe in gravi condizioni, avrebbe direttamente messo al corrente la sua famiglia dell’accaduto. Secondo quanto riporta la stampa locale, il militare è in servizio dal 2013 ed era assegnato ai servizi logistici di trasporto per le missioni all’estero nell’ambito del “Battaglione Gestione Transito”. In passato Caldarulo ha ricevuto medaglie al valor militare.

Foto da Facebook

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ATTUALITÀBeirutGoverno Conte IIItaliaLibanoM5SMedio Oriente

Dagli «amici libici» di Beirut all’Italia senza tradizione coloniale. Le migliori gaffe di Manlio Di Stefano

05 Agosto 2020 - 14:13 Redazione
Quello sull'esplosione in Libano è solo l'ultimo degli scivoloni del sottosegretario agli Esteri

«Con tutto il cuore mando un abbraccio ai nostri amici libici». Non è proprio passata inosservata la gaffe social del sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, che nel manifestare vicinanza per quanto accaduto a Beirut, in Libano, ha preso la direzione sbagliata, andando a finire in Libia.

Immediata la risposta degli utenti che gli hanno fatto osservare l’errore, così come rapida è stata la correzione di Di Stefano che ha subito riscritto «amici libanesi», ribattendo in un tweet: «C’è poco da scherzare con queste cose, ho sbagliato a scrivere, i morti invece restano, fenomeni».

Un errore dovuto a «stanchezza, e quindi distrazione», ha spiegato oggi in un post su Facebook il sottosegretario, in buona compagnia insieme alla senatrice pentastellata Elisa Pirro, scivolata anche lei sulla stessa buccia di banana.

Ma non è la prima volta che Di Stefano fa parlare di sé per le proprie gaffe. Quella su quanto accaduto in Libano è solo l’ultima di una serie.

L’Italia senza tradizione coloniale

Nel luglio scorso il sottosegretario agli Esteri si lasciò andare ad un improbabile commento storico, sostenendo come l’Italia non avesse scheletri nell’armadio, in quanto «non abbiamo una tradizione coloniale, non abbiamo sganciato bombe su nessuno e non abbiamo messo il cappio al collo di nessuna economia».

Di Stefano, probabilmente per stanchezza o distrazione, dimenticò l’Eritrea, la Somalia, l’Etiopia, la Libia, l’Albania, oltre che le isole del Dodecaneso e la concessione di Tientsin, in Cina. Sempre per stanchezza o distrazione dimenticò le violenze perpetrate ai danni del popolo libico, tra il 1922 e il 1932, durante la cosiddetta “riconquista della Libia”, culminata con l’impiccagione del leader ribelle Omar al Muktar.

Forse per altrettanta stanchezza o distrazione dimenticò anche le bombe sganciate in testa agli etiopi, unitamente all’uso delle armi chimiche, storicamente riconosciuto, durante la guerra per la conquista dell’Etiopia (1935-1936). E ci fermiamo qui, rimandando per tutto il resto degli scheletri alla consultazione di un qualsivoglia volume di storia contemporanea.

Quando l’Italia ruppe l’asse franco-tedesco

Sempre nell’estate del 2019 Di Stefano fece parlare di sé per un tweet dove scriveva che nell’Unione europea era stato «interrotto l’asse franco-tedesco». Difficile crederlo in quell’estate, con una tedesca (Ursula Von Der Leyen) nominata a capo della Commissione europea e una francese (Christine Lagarde) nominata a capo della Banca centrale europea.

I numeri del M5s alle europee del 2014

Sempre nella medesima estate, anche nel caso di ricordare quanto aveva preso il suo Movimento alle elezioni, forse per distrazione o stanchezza, il sottosegretario scivolò sulle percentuali, twittando che il M5s alle Europee del 2014 era al 14%. In realtà i grillini, come gli fecero prontamente osservare, avevano conquistato oltre il 21% dei consensi.

Ad ogni modo, tra le gaffe già viste alla Farnesina, da Pinochet dittatore venezuelano alla tradizione democratica millenaria della Francia, passando per il presidente cinese ribattezzato “Ping“, quella degli amici libici (di Beirut) non stupisce poi particolarmente.

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ATTUALITÀDiffamazioneInchiesteNo vaxRoberto BurioniSocial media

«Non vieni assunto neanche per pulire i ce*si»: Burioni querelato per diffamazione da un utente

05 Agosto 2020 - 13:15 Redazione
L'uomo lo aveva sfidato a un duello sulla scienza. Il virologo gli ha dato dell'«ignorante arrogante»

Il virologo Roberto Burioni dovrà fare i conti con le conseguenze degli scambi social “coloriti” avuti sui social con diversi utenti. Un uomo con cui il professore aveva avuto una querelle sul web – prima dell’era del Coronavirus – lo avrebbe querelato per diffamazione.

Il professore dell’Università Vita-Salute del San Raffaele aveva risposto all’utente – antivaccinista – che lo aveva coinvolto in un dibattito sulla scienza («la scienza non è titolo, è conoscenza»), proponendogli un duello -anche televisivo – per vedere chi ne sapesse di più. Burioni aveva riportato lo scambio su Twitter in un post dalla didascalia: «Conversazioni con i babbei, 2019».

Il virologo scrive:

«Stai attento perché mi sembri come uno di quei ripetenti che non afferrano bene il concetto al primo colpo, non ti sei nemmeno laureato»;

«Io ho studiato e ho avuto posti di responsabilità, mentre uno come te non viene assunto nemmeno per pulire i cessi»;

«Sei solo un ignorante molto arrogante con una connessione a internet»;

«Segui il mio corso, prendendo appunti e in rigoroso silenzio»;

«Il mondo moderno ha illuso ogni somaro arrogante e stupido di poter parlare alla pari con chi studia da 35 anni».

Lo scambio poco pacifico ora potrebbe finire direttamente in tribunale.

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FACT-CHECKINGBeirutDisinformazioneDroniEsplosioniFake newsLibanoMedio Oriente

Beirut, il video del drone e l’oggetto lanciato poco prima dell’esplosione? Circolava già in passato

05 Agosto 2020 - 13:08 David Puente
Alla ricerca di un colpevole per l'esplosione a Beirut circolano video come quello del drone che lancia un oggetto. Ma è di luglio

Il 4 agosto 2020 viene registrata un’enorme esplosione al porto di Beirut, in Libano, che ha causato decine di morti e migliaia di feriti. A seguito dei fatti, sono iniziati a circolare notizie, foto e video falsi. Come quello del drone che avrebbe lanciato un oggetto poco prima dell’esplosione.

Il video, privo di riferimenti visivi che lo riconducano a Beirut, circola nelle reti social e in particolare Twitter e Instagram. Come spesso accade, in mancanza di alcune informazioni base, qualunque cosa potrebbe essere utilizzata per associarla all’evento anche solo per diffondere un dubbio.

Anche in questo caso è possibile effettuare una verifica e riscontrare altre pubblicazioni social risalenti al 30 luglio 2020 (parecchi giorni prima dell’esplosione) da pagine Facebook come Achrafieh News:

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POLITICABonusGoverno Conte IIPaola Pisano

Banda larga, bonus fino a 500 euro a famiglia per internet, pc e tablet: come funziona e chi può richiederlo

05 Agosto 2020 - 11:56 Marco Assab
«Questa è solo la prima fase delle misure di sostegno del Comitato banda ultra larga», ha spiegato la ministra per l'Innovazione Paola Pisano

Fino a 500 euro alle famiglie con un Isee sotto i 20 mila euro, per l’acquisto di servizi internet e strumenti per navigare, pc o tablet. Si traduce così il via libera della Commissione europea al progetto italiano di voucher, che ammonta in questa fase a un totale di 200 milioni, per aiutare le famiglie a basso reddito ad accedere ai servizi a banda larga. L’obiettivo del governo è rendere il bonus disponibile da settembre. Lo sconto sarà ripartito in due tranche: fino a 200 euro per i servizi di banda ultra larga, quindi per la connessione a internet, e altri 300 euro invece per le apparecchiature (pc o tablet).

Tra i ritardi del nostro Paese venuti alla luce durante il lockdown c’è quello che riguarda digitalizzazione e connettività. Problema che ha messo in difficoltà studenti e docenti nella didattica a distanza, oltre che i cittadini nella fruizione di molti servizi, pubblici e privati. L’obiettivo quindi è ridurre il digital divide all’interno del Paese.

L’ok della Commissione europea

Dopo il via libera alla banda ultralarga dal Comitato – dove siedono Governo e Regioni – è arrivato l’assenso anche dalla Commissione europea, che ha valutato la misura di sostegno in base alle norme dell’Ue sugli aiuti di Stato. La misura, ha spiegato la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager, è pensata per contribuire a ridurre il divario digitale in Italia, «che nell’emergenza Coronavirus è diventato ancor più evidente. Il regime farà sì che le famiglie ammissibili possano telelavorare e aver accesso ai servizi educativi offerti online senza costi aggiuntivi, attraverso la tecnologia di loro scelta».

Qualsiasi operatore di telecomunicazioni in grado di fornire i servizi richiesti avrà la possibilità di farlo. Le famiglie potranno quindi scegliere a quale rivolgersi. L’Italia inoltre si è impegnata a prendere misure per evitare distorsioni della concorrenza, verificando che il bonus non sia utilizzato per la sostituzione di iscrizioni già esistenti ai servizi di banda larga. Su queste premesse la Commissione ha concluso che la misura rispetta le norme sugli aiuti di Stato, ma non solo, perché contribuisce agli obiettivi strategici dell’Ue definiti nell’Agenda digitale europea

Pisano: «È solo la prima fase»

Ma queste risorse messe in campo dall’esecutivo non sono le uniche. A maggio il Comitato per la bada ultra larga, presieduto dalla ministra per l’Innovazione Paola Pisano, ha stanziato oltre 1,5 miliardi di cui 400 milioni per il piano scuole e oltre 1,1 miliardi per i voucher destinati a famiglie e imprese. L’ok dell’Europa ha quindi reso utilizzabili una prima fetta di questi aiuti (200 milioni). Altri 300 dovrebbero essere impiegati dalla seconda metà di gennaio. L’obiettivo, intanto, è arrivare alla riapertura delle scuole a settembre con studenti e famiglie meglio attrezzate laddove la didattica a distanza dovesse tornare prevalente.

La Commissione europea «ha riconosciuto la legittimità del regime di aiuto che permetterà alle famiglie con reddito Isee inferiore ai 20 mila euro di poter beneficiare, dopo l’estate, di un voucher fino a 500 euro: per accedere a servizi di connettività e disporre di un tablet o un personal computer – ha detto in una intervista al Corriere della Sera la ministra per l’Innovazione Paola Pisano -. Questa è solo la prima fase delle misure di sostegno del Comitato banda ultra larga da me presieduto. Abbiamo deliberato un pacchetto che prevede complessivamente 1.150 milioni di euro di contributi a favore di imprese e famiglie», ha spiegato.

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Esplosione a Beirut, come il nitrato di ammonio è arrivato nel porto libanese. Le autorità doganali ne avevano chiesto più volte la rimozione

Sono più di sei le lettere inviate dai funzionari doganali a diversi giudici affinché disponessero lo spostamento del materiale ritenuto pericoloso

Ci sono voluti più di sette anni e una tragedia umanitaria perché le autorità iniziassero a farsi domande sulle quasi 3mila tonnellate di nitrato di ammonio stipate in un magazzino nel porto di Beirut. Mentre si allontana la pista dell’attentato, ora si dovrà capire come il materiale esplosivo sia rimasto per così tanto tempo nell’hangar 12 dell’hub commerciale della capitale.

Alcuni registri pubblici pubblicati da Shiparrested, società che si occupa di confische e questioni legale legate al mondo della navigazione, mostrano come il nitrato di ammonio era arrivato a settembre del 2013. Trasportato da una nave russa battente bandiera moldova, il carico era partito dal porto di Batumi, in Georgia, ed era diretto in Mozambico. La nave Rhosus era stata poi costretta ad attraccare a Beirut dopo aver riscontrato problemi tecnici.

Difficoltà erano sorte anche con l’equipaggio che non deteneva i permessi legali per scendere. Ma dopo l’intervento dei legali a tutto l’equipaggio è stato concesso di tornare a casa. Il carico – secondo il giudice intervenuto nella causa dei passeggeri – era considerato pericoloso e fu quindi scaricato e collocato nell’hangar 12 del porto di Beirut.

Secondo al Jazeera, che ha raccolto ulteriori documenti, l’allora direttore della dogana libanese, Shafik Merhi, ha inviato una lettera al giudice con oggetto «questioni urgenti», chiedendo una soluzione per il carico pericoloso ancora fermo nel porto. I funzionari doganali hanno inviato almeno altre cinque lettere nei tre anni successivi – il 5 dicembre 2014, il 6 maggio 2015, il 20 maggio 2016, il 13 ottobre 2016 e il 27 ottobre 2017 – chiedendo assistenza.

Tre opzioni sono state messe sul tavolo: spostare il nitrato di ammonio, consegnarlo all’esercito libanese o venderlo a società private di esplosivi. Un anno dopo, Badri Daher, il nuovo direttore dell’amministrazione doganale libanese, scrisse di nuovo a un giudice. Nella lettera del 27 ottobre 2017, Daher ha esortato il giudice a prendere una decisione sulla questione del carico in vista del «pericolo di lasciare questi beni nel luogo in cui si trovano e per coloro che vi lavorano».

Foto copertina: EPA/IBRAHIM DIRANI

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Beirut, l’onda d’urto dell’esplosione è entrata nelle case di migliaia di libanesi – I video

05 Agosto 2020 - 10:59 Redazione
Lo shock degli abitanti di Beirut durante la seconda esplosione

La prima esplosione, poi la seconda, devastante. La catastrofe al porto di Beirut, in Libano, ha travolto l’intera città. Le case dei cittadini sono state colpite fino a migliaia di chilometri dalla costa, spaventando gli abitanti dell’intera area. Da ieri sera, 4 agosto, gli ospedali sono sovraccarichi di gente ferita e le strade sono piene di persone in fuga dalle loro abitazioni fortemente compromesse. Alcuni video pubblicati sui social network – sia dagli utenti che dai giornali locali – hanno mostrato l’invadenza dell’onda d’urto nelle case dei cittadini più distanti dal porto.

Una giornalista della BBC viene travolta in diretta dalla violenza della seconda esplosione

Il video integrale della donna che porta via la bambina dalla finestra durante l’onda d’urto

La casa di una giornalista, lontana dal porto, viene danneggiata dalla seconda esplosione

Video copertina: Ahkbar su Twitter

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ATTUALITÀDiritti umaniImmigrazioneOlandaProfughiSiria

Olanda, 14enne siriano si toglie la vita dopo 9 anni da profugo. I genitori: «Era esausto, sognava una casa e l’università»

05 Agosto 2020 - 10:32 Redazione
Ali era un rifugiato, in fuga con la sua famiglia dal 2011 a causa della guerra

Si chiamava Ali Ghezawi e sognava di fare il cardiochirurgo. Dopo nove anni passati da profugo, senza una casa, il ragazzo siriano di 14 anni si è tolto la vita. È successo a Glize, nella regione olandese del Limburgo. La decisione del giovane Ali è arrivata dopo che l’Olanda ha rifiutato la sua richiesta di asilo. A raccontare la sua storia sono i suoi genitori, Ahmad e Aisha.

La coppia ha parlato al quotidiano olandese Het Parool: Ali si è tolto la vita nel centro per famiglie di profughi respinti, perché era esausto di vivere senza casa e vedersi respingere la possibilità di un futuro da quasi 10 anni. La famiglia Ghezawi, composta da altri 5 fratelli e sorelle, era fuggita nel 2011 da Daraa, città in Siria, a causa della guerra.

Libano, Spagna, Paesi Bassi. Anni di rimbalzi da un Paese a un altro. In Olanda poi il loro permesso era scaduto e avevano dovuto fare ritorno in Spagna. Anche qui, a causa dei documenti scaduti, la famiglia era stata buttata fuori dal Paese. L’ultimo tentativo lo hanno fatto nei Paesi Bassi una seconda volta, ma anche lì, di nuovo, non sembrava esserci modo di restare.

«Quando abbiamo saputo che non potevamo rimanere in Olanda ad Ali è scattato qualcosa», ha raccontato la madre. «In Olanda si sentiva al sicuro». Il fratello minore, Mohammad di 12 anni, ha poi mostrato ai giornalisti un libro in inglese che Ali stava leggendo in quel periodo. Il libro si intitola “Anatomy”, di oltre mille pagine. È un manuale. «Studiava come funziona il nostro corpo – ha detto – mio fratello parlava 5 lingue. Anche l’olandese».

Foto copertina: ANSA, EPA/SEDAT SUNA

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ATTUALITÀInformazioneRai

Addio a Sergio Zavoli, protagonista del giornalismo d’inchiesta. L’ultimo desiderio: riposare accanto a Fellini

05 Agosto 2020 - 10:19 Redazione
Il grande pubblico lo ha conosciuto grazie al suo lavoro da giornalista radiotelevisivo in Rai e a programmi come "La notte della Repubblica" e "Processo alla tappa"

Se n’è andato a 96 anni il giornalista radiotelevisivo Sergio Zavoli. È stato radiocronista, condirettore di telegiornale e di programmi di inchiesta, senatore e presidente della Rai. Zavoli era nato a Ravenna il 21 settembre del 1923. Il grande pubblico lo ha conosciuto grazie al suo lavoro da giornalista in Rai.

«Accanto a Federico»

«Questa mattina, con parole delicate e precise, la famiglia mi ha trasmesso il desiderio di Sergio di ‘essere riportato a Rimini e riposare accanto a Federico’», dice il sindaco di Rimini, Andrea Gnassi, ricordando Sergio Zavoli e il legame con la città e con Federico Fellini. «Di tutto quello che si dirà, in queste ore, in questi giorni, per sempre, di Sergio Zavoli forse passerà inosservato un fatto apparentemente locale: Rimini è la sua patria. Lo è stata in vita per affetti, lavoro, amicizie, passioni. Lo sarà ancor più da ora in avanti».

Il lavoro

Zavoli aveva scritto e condotto La Notte della Repubblica, trasmissione televisiva di approfondimento giornalistico sugli anni di piombo in onda su Rai 2, e la popolare Processo alla tappa, programma televisivo sportivo incentrato sul Giro d’Italia. Dal 1976 al 1980 fu direttore del Gr1. Zavoli si dedicò anche alla politica. Fu eletto al Senato nelle liste dei Democratici di Sinistra nel 2001. Venne eletto poi nelle liste dell’Ulivo nel 2006 e nel Partito Democratico nel 2008 e nel 2013.

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SCIENZE E INNOVAZIONEBorse di studioIntelligenza artificialeItaliaRicerca scientificaUniversitàWork in progress

In Italia arriva il dottorato in Intelligenza artificiale. E sono già disponibili le prime 194 borse di studio

05 Agosto 2020 - 08:30 Redazione
È la scienza del futuro (e del presente): in Italia arriverà il prossimo anno con 5 corsi specifici in 5 diverse università

È ufficiale: a partire dall’anno accademico 2021-2022, in Italia partirà il primo dottorato in Intelligenza artificiale. Con un finanziamento complessivo da 15 milioni di euro, il ministero dell’Università ha dato inizio al percorso italiano di ricerca sull’AI. Una scienza che, secondo la Commissione Europea, avrà lo stesso impatto di trasformazione sulla società e l’industria prodotto in passato dal motore a vapore e dall’elettricità. A comunicare la notizia sono stati gli stessi Cnr e Mur, che a marzo 2019 avevano avviato i lavori per sviluppare il progetto. I dottorati partiranno in diverse università, che hanno contribuito al co-finanziamento: alla Sapienza di Roma, al Politecnico di Torino, all’Università Campus Bio-Medico di Roma, all’Università Federico II di Napoli e all’Universià di Pisa. Attualmente sono già disponibili 194 borse di studio: 97 sono cofinanziate dal Cnr e 97 dal Mur attraverso l’Università di Pisa. Le lezioni inizieranno a novembre del prossimo anno, mentre i bandi di ammissione saranno disponibili all’inizio del 2021.

Il Consiglio nazionale delle ricerche si occuperà di elaborare, attraverso un comitato specifico, una strategia unitaria attraverso cui coordinare a livello nazionale lo studio dell’AI. Per questo compito ha ricevuto dal Mur 4 milioni di euro: anche l’Università di Pisa, che dovrà implementare la strategia elaborata dal Cnr, ha ricevuto 3,85 milioni. «L’intelligenza artificiale rappresenta uno dei settori ad alto impatto che condizioneranno la competitività dei Paesi nel prossimo futuro», ha detto il ministro Gaetano Manfredi. Il McKinsey Global Institute, citato nel documento di Mur e Cnr, stima che entro il 2030 l’AI porterà ad una crescita del 16% del Pil mondiale e avrà un impatto sul 70% delle aziende. «Si tratta di una grande opportunità per l’Italia – ha aggiunto il ministro – e su questo deve investire per avere un ruolo internazionale ed essere in grado di competere sulle tecnologie avanzate».

I corsi del dottorato

I dottorandi, spiegano dal ministero, riceveranno sia una “formazione orizzontale”, comune a tutti gli indirizzi e che si focalizza sugli aspetti fondazionali dell’Ai, sia una “formazione verticale”, che fa riferimento all’area di specializzazione e che cambia di corso in corso. Ogni università si occuperà, infatti, di un indirizzo specifico inerente all’Intelligenza Artificiale. Le aree tematiche saranno 5:

  • PhD-AI.it: Area salute e scienze della vita, coordinato dall’Università Campus Bio-Medico di Roma;
  • PhD-AI.it: Area agrifood e ambiente, coordinato dall’Università degli Studi di Napoli Federico II;
  • PhD-AI.it: Area sicurezza e cybersecurity, coordinato da Sapienza Università di Roma;
  • PhD-AI.it: Area industria 4.0, coordinato dal Politecnico di Torino
  • PhD-AI.it: Area società, coordinato dall’Università di Pisa.

Immagine di copertina: Franki Chamaki on Unsplash

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POLITICAAgrigentoGiuseppe ConteGoverno Conte IIImmigrazioneIntervisteLampedusaLuciana LamorgeseMatteo SalviniPDSicilia

Crisi migranti, Matteo Orfini contro tutti. Conte? «Usa parole sbagliate». Lamorgese? «Salvini senza Twitter» – L’intervista

05 Agosto 2020 - 07:47 Marco Assab
L'ex presidente del Pd commenta la gestione della crisi da parte del Viminale e le fughe dei migranti degli ultimi giorni

«Dobbiamo essere duri e inflessibili con chi viola i diritti umani, con i trafficanti di esseri umani, non con chi scappa dalla guerra, dalla povertà o dai lager». Sul tema dei flussi migratori l’ex presidente e deputato del Pd, Matteo Orfini, non si nasconde e non usa mezzi termini per esprimere a Open il suo disappunto.

Già sul rifinanziamento della missione in Libia, al momento del voto in aula alla Camera, lo scorso 16 luglio, Orfini (e con lui altri parlamentari di maggioranza “dissidenti”) aveva votato contro, sostenendo la risoluzione preparata dal parlamentare di Leu Erasmo Palazzotto.

Critico verso l’attuale gestione della crisi migratoria da parte del Viminale, Orfini ha osservato a Open come il picco di sbarchi estivi fosse prevedibile e sarebbe stato necessario prepararsi prima.

Abbiamo visto in questi giorni a Lampedusa una situazione molto difficile con sbarchi continui, soprattutto autonomi a bordo di barchini. Oggi è arrivata la nave quarantena per svuotare l’hotspot al collasso. La situazione è sotto controllo?

«Sono sinceramente sconcertato dal Viminale e dal Governo. Siamo di fronte a numeri gestibilissimi, in linea con quello che succede ogni anno con l’arrivare dei mesi estivi, quando aumentano gli sbarchi autonomi, ovvero con i barchini. Tra parentesi: questo fenomeno fa giustizia di tante cretinate dette sulle Ong come pull factor (fattore di attrazione ndr). Oggi non ci sono barche di Ong nel Mediterraneo e ci sono tanti sbarchi.

Siamo di fronte a quello che accade ogni anno, ma di solito ci si attrezza, si stabilisce un piano per gestire il picco di arrivi, in modo da evitare che gravino esclusivamente sulle comunità locali dove i barchini arrivano. Questo non è avvenuto e non sta avvenendo. Bastava, come si è sempre fatto, immaginare inizialmente un meccanismo di distribuzione interna degli arrivi. Realtà come Lampedusa o Pozzallo hanno dimostrato grande pazienza e capacità di accogliere, ma non possono essere sottoposte a uno stress numerico eccessivo. Però ripeto: siamo di fronte a numeri gestibilissimi e bassi rispetto a quando ci sono stati picchi enormi di arrivi. Basta un po’ di organizzazione».

«Dobbiamo essere duri e inflessibili», ha detto ieri mattina il presidente del Consiglio…

«Ha usato parole sbagliate. Dobbiamo essere duri e inflessibili con chi viola i diritti umani, con i trafficanti di esseri umani, non con chi scappa dalla guerra, dalla povertà o dai lager. Sono parole forse adeguate alla fase in cui governava con Salvini. Questo modo di parlare, questa linea, non è accettabile per me e spero anche per il Pd. I decreti sicurezza sono ancora lì, lo Ius Soli non si fa, gli accordi con la Libia vengono rinnovati: su questo terreno siamo dentro il paradigma del governo Conte-Salvini. La ministra Lamorgese non ha Twitter, ma questa è l’unica differenza con Salvini fin qui. Riconosco grande sobrietà, ma siamo di fronte a un ministero dell’Interno che non è in grado di gestire e organizzare sbarchi ordinari».

Si ha l’impressione che, all’interno del Pd, lei sia rimasta l’unica voce fortemente critica su questo tema

«Io penso che quello che contestavamo a Salvini non possiamo permetterlo a un governo a cui votiamo la fiducia».

Il Governo ha sottolineato la necessità di collaborare con le autorità tunisine per intensificare i rimpatri: è la soluzione? Va detto però che non tutti i migranti partono dalla Tunisia e non tutti sono tunisini…

«Si semplifica con frasi che servono solo a dare segnali sbagliati all’opinione pubblica. Di norma nessuno sale su una barca, rischiando di morire, se sta tranquillo e felice a casa sua. È chiaro che c’è anche chi deve essere rimpatriato. Tutti hanno diritto a essere salvati ma non necessariamente a rimanere nel nostro Paese. Però siamo di fronte, in larga parte dei casi, a gente che scappa da regimi, da situazioni insostenibili come la Libia, da Paesi in guerra, o semplicemente dalla povertà. Sono casi che vanno analizzati uno per uno, ma il punto è come si affronta in modo complessivo il problema. L’origine del male è la legge Bossi-Fini. Le persone che avrebbero diritto ad arrivare legalmente nel nostro Paese sono costrette a farlo con mezzi di emergenza perché c’è una legge che criminalizza l’immigrazione».

Cosa servirebbe dunque?

«Avremmo bisogno di corridoi umanitari, di piani di evacuazione dai lager libici, di un approccio complessivo che garantisca la possibilità di spostarsi legalmente e in sicurezza. Eppure non riusciamo, nemmeno qui, a metter mano a norme vecchie e sbagliate, oltre che a quelle più recenti».

Negli ultimi giorni si sono verificate fughe e rivolte dai centri di accoglienza, l’impressione è che la situazione non sia pienamente sotto controllo, anche per i rischi sanitari. Che ne pensa?

«Se metti 500 persone in una tensostruttura sul molo di un porto, dove ce ne dovrebbero stare 100 per poco tempo, e li lasci lì dentro alle temperature di questi giorni, è complicato pensare che ci restino. Da un punto di vista sanitario i migranti che arrivano sono più controllati di chiunque di noi. Quando arrivano vengono sottoposti a screening sanitario. Se si organizza l’accoglienza il problema non c’è. Se li si ammassa in strutture non idonee, in modo insicuro e anche un po’ brutale, è ovvio che aumenti il rischio di fughe. Anche qui la responsabilità è del Viminale. Mi chiedo come siano possibili alcune fughe visto che, in alcuni dei casi, parliamo di strutture iper-sorvegliate».

Non le sembra che l’Unione europea sulla questione migranti, dopo essere stata di manica larga con gli aiuti per la ripresa economica, si stia un po’ ritraendo lasciandoci di nuovo soli?

«In Europa abbiamo dimostrato di saper fare battaglie. Il merito principale del presidente del Consiglio, e di questo Governo, è ciò che sono riusciti a ottenere a Bruxelles. Un pezzo della battaglia è anche su questi temi. Va corretta l’impostazione per cui il tema riguarda solo il Paese di arrivo. Serve collegialità in Europa nella gestione dei flussi migratori che, per un continente come il nostro, se gestiti unitariamente rappresentano numeri irrisori.

Ogni singolo Paese però deve costruire meccanismi di integrazione efficaci. Da noi c’erano e li hanno smontati i decreti sicurezza. Magari non erano sufficienti o sotto finanziati, però c’erano gli Sprar, c’era un modello che in qualche modo funzionava. Ogni giorno che passa con quei decreti rende più complicato dare una risposta efficace al problema».

Ma quando Salvini dice che gli sbarchi sono aumentati del 550%, rispetto a quando era ministro dell’Interno (7.068 contro 1.088), come si controbatte davanti all’opinione pubblica?

«Rifiutando questo terreno di discussione. Intanto parliamo di persone, non di numeri. Se non arrivano da noi è perché muoiono in un lager libico o nel Mediterraneo, oltre che subire una terribile violazione dei diritti umani: torture, omicidi, stupri. Il tema per me non è, oggi, fare la conta di quanti ne arrivano, ma è capire come metterli nelle condizioni di non subire quelle violenze, ribadendo che il numero di cui parliamo è gestibile per un Paese di 60 milioni di abitanti. Bisogna avere il coraggio di farlo, investendo su percorsi di accoglienza e integrazione. È un elemento di regressione del Paese chiedersi solo quanti ne arrivano e non da cosa scappano. E un partito che rinuncia ai suoi valori (il Pd ndr) per paura di perdere voti è un partito che non ha senso».

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