Parlamento Ue, il governo si spacca in tre sul riarmo. Fidanza (FdI): «Troppi emendamenti last minute» – Il video
Da Strasburgo – Sì, no, forse. Su difesa e riarmo dell’Ue la maggioranza di governo italiana si è spaccata oggi in tre tronconi diversi nel voto al Parlamento europeo. Sulla risoluzione annuale sulla politica di difesa e sicurezza Ue, che incorpora anche il sì al piano ReArm Europe e all’aumento delle spese militari, ciascuno dei tre partiti del governo Meloni ha votato a modo suo: a favore Forza Italia, contraria la Lega, astenuti i Fratelli d’Italia. Immediato l’affondo di Pd e Movimento 5 stelle. «Finora teneva banco lo scontro quotidiano tra i due vicepresidenti del Consiglio (Tajani e Salvini, ndr). Oggi si sancisce in maniera clamorosa anche con un voto in sede parlamentare ciò che noi diciamo da tempo: in Italia non esiste una maggioranza politica sulla politica estera», scandisce il capodelegazione Pd a Strasburgo Nicola Zingaretti, ben lieto di poter ribaltare la polemica sul campo avversario dopo aver ricompattato (formalmente) il grosso della pattuglia Pd nel voto. «Stiamo parlando della sicurezza nazionale e questo è un fatto quindi molto grave che danneggia l’Italia in termini di autorevolezza e serietà nei rapporti con gli altri Stati europei e con gli Usa», proprio nel momento di «importanti scelte da prendere» per il nostro Paese, conclude il leader Pd evocando la spada di Damocle di Donald Trump su dazi e spese militari. Dello stesso avviso l’M5s, che con Gaetano Pedullà sottolinea come «ancora una volta sulla politica estera e di difesa le forze di governo si dividono, stavolta non in due tronconi ma addirittura in tre. La maggioranza non esiste più. Giorgia Meloni ne prenda atto».
Le spiegazioni di Lega e Fratelli d’Italia
Tra gli esponenti dei partiti di maggioranza a Strasburgo, impegnati in questi giorni nelle loro battaglie politiche – non sempre le stesse – serpeggia ora evidente imbarazzo. Intercettato da Open all’uscita dell’Aula, lo stesso capodelegazione della Lega Paolo Borchia appare disorientato dalla spaccatura. «Nella relazione c’erano emendamenti fuori luogo, si dà troppa carta bianca alla Commissione… E comunque ognuno fa le sue scelte», abbozza. Poi riordina le idee e va al contrattacco: «Il Pd è il partito più spaccato d’Italia, non vanno d’accordo su nulla e più volte hanno smentito la linea della stessa Schlein: e loro vorrebbero impartire lezioni? Il testo odierno era troppo sbilanciato a sinistra, non riflette sufficientemente sul tema dell’allargamento, propone un voto a maggioranza qualificata sugli esteri che toglie ogni tutela ai governi ed è totalmente acritico sul ruolo del costosissimo ed evanescente Servizio di azione esterna. Fanno dunque sorridere le dichiarazioni di Zingaretti, evidentemente con la necessità di girare pagina rispetto alla clamorosa spaccatura sul voto sulla risoluzione sul Libro bianco sulla difesa. Si rassegni, il governo italiano è tra i più stabili d’Europa». Anche Carlo Fidanza, capogruppo di FdI, si trincera dietro le problematicità di alcuni passaggi del testo andato in votazione: «Ci siamo astenuti perché purtroppo i numerosi emendamenti presentati alla lunghissima relazione sull’attuazione della politica di sicurezza e di difesa comune hanno contribuito a sbilanciare un testo che nel suo impianto di base andava nella giusta direzione», in particolare con «varie critiche nei confronti dell’Amministrazione Usa, così come al superamento dell’unanimità in Consiglio e anche alle previsioni di un aumento repentino delle spese militari incompatibile con i nostri vincoli di finanza pubblica».

De Meo (Forza Italia): «Giusto aumentare le spese militari, spieghiamolo ai cittadini»
Quanto a Forza Italia, che invece ha votato compattamente sì, Salvatore De Meo non nasconde tutte le distanze con la Lega: «Sulle spese militari l’Italia è indietro rispetto ai target Nato, anzi l’obiettivo del 2% del Pil oggi è ritenuto perfino insufficiente rispetto alle sfide geopolitiche che si prospettano all’orizzonte. Dobbiamo far capire ai cittadini che investire in difesa è un investimento anche sul piano sociale ed economico», dice a Open il deputato Ppe che presiede la delegazione dell’Europarlamento per i rapporti cn la Nato. Chi pone l’alternativa tra spese per la difesa e per il welfare, aggiunge senza fare nomi, fa un discorso semplicistico che va bene per una campagna elettorale, non per guidare un Paese. «Quando si assume una responsabilità di governo bisogna saper contemperare gli interessi di tutti. Nel governo ci sono diverse sensibilità e diverse anime, poi spetta al Presidente del Consiglio in primis e a tutti gli altri componenti trovare una sintesi». Compito da oggi se possibile ancora più difficile, per Giorgia Meloni.
