Netanyahu da Orbán nonostante il mandato di arresto internazionale. Budapest: «Pronti a lasciare la Cpi»


L’Ungheria di Viktor Orbán è pronta a lasciare la Corte penale internazionale (Cpi). Lo ha annunciato il ministro della Giustizia Bence Tuzson a poche ore dall’arrivo di Benjamin Netanyahu a Budapest. Orbán, che incontrerà domani il premier israeliano, ha già garantito che non darà seguito al mandato di arresto internazionale emesso dalla Cpi nei confronti di Netanyahu, accusato di crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi nella Striscia di Gaza dall’8 ottobre 2023. Secondo le informazioni pubblicate dal giornale online Europa libera, la bozza della risoluzione del Parlamento che autorizza il governo ad avviare la procedura di uscita sarebbe già stata preparata. L’Unione europea fa sapere di non essere «a conoscenza» di alcuna «notifica formale che l’Ungheria abbia chiesto di ritirarsi», commenta la portavoce della Commissione Ue Anitta Hipper. «Se così fosse – conclude – ci rammaricheremmo profondamente».
Netanyahu a Budapest
Oggi – mercoledì 2 aprile – il primo ministro d’Israele arriverà in Ungheria per una visita di cinque giorni. Su Netanyahu (e sull’ex ministro della Difesa Gallant) pende, però, un mandato di cattura spiccato dai giudici dell’Aja. Ciò significa che dovrebbe essere arrestato una volta arrivato nel Paese. Budapest – in quanto firmataria dello Statuto di Roma – è infatti giuridicamente vincolata a rispettare tutte le posizioni della Cpi. «La Corte fa affidamento sugli Stati per l’esecuzione delle sue decisioni», ha tuonato la Corte, ammonendo l’esecutivo magiaro per la sua scelta di ospitare il leader israeliano e ricordando che «non spetta ai singoli Stati valutare unilateralmente la legittimità o la validità delle decisioni della Cpi». In pratica, però, questo non accadrà. Sia Orbán che Netanyahu hanno messo più volte in discussione il ruolo dell’organismo, che è riconosciuto da 124 paesi, tra cui tutti i 27 stati membri dell’Unione europea, ma non da Stati Uniti e Israele. E la Corte Internazionale, da parte sua, può fare ben poco: non disponendo di strumenti per obbligare gli Stati a rispettare le sue decisioni, si affida ai Paesi firmatari per dare seguito ai propri atti. Se uno stato membro della Cpi rifiuta di eseguirli, il tribunale può avviare un procedimento di “non osservanza”, che però non ha effetti concreti.