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«L’uomo nell’ascensore, il coltello, le botte: così ho rischiato uno stupro nel mio condominio a Roma»

02 Aprile 2025 - 06:10 Alba Romano
violenza sessuale viale marconi roma
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La storia di Marta: «Non dormo più da quella sera. Non faccio altro che ripensare a quell'incubo»

«Non dormo più da quella sera. Non faccio altro che ripensare a quell’incubo. I medici volevano darmi più giorni di prognosi, ma io gli ho chiesto di poter tornare al lavoro il prima possibile». A parlare è Marta, una ragazza che abita non lontano da viale Marconi a Roma. Domenica sera ha rischiato di essere violentata nell’ascensore del condominio in cui vive. «Come tutte le sere, stavo tornando a casa dopo il turno al ristorante del Centro dove lavoro. Ero felice perché avevo staccato mezz’ora prima del solito e avrei avuto più tempo per godermi la passeggiata serale con il mio amato cane Orazio», racconta al Messaggero.

L’ascensore

Poi l’episodio: «Arrivata davanti casa, come sempre, mi sono guardata intorno prima di aprire il portone. Non c’era nessuno e stavo tranquilla. Sono entrata nell’androne del palazzo e ho chiamato l’ascensore. Poi, quando sono andata ad aprire la porta dell’ascensore, dietro di me è apparso questo uomo. Avrà avuto massimo 40 anni, era scuro di carnagione e molto alto, all’incirca 1 metro e 80. Indossava una tuta nera, ma non era trasandato. Credevo fosse un ospite del bed and breakfast che c’è nel palazzo e per questo gli ho chiesto a che piano andasse e l’ho fatto entrare», dice a Luisa Urbani.

L’incubo

A quel punto è iniziato l’incubo: «Appena l’ascensore è partito per portarmi al terzo piano, lui lo ha bloccato. In un secondo mi ha buttata a terra e, minacciandomi con un coltello, ha iniziato a strapparmi il vestito. Io provavo a difendermi con tutte le mie forze, ma lui era enorme: il doppio di me. Io mi alzavo e lui mi sbatteva a terra. Ho provato anche ad aprire la porta dell’ascensore per scappare ma non era possibile: la cabina era ferma tra due piani e quindi ero bloccata da un muro. Allora ho iniziato a urlare. Urlavo a più non posso nella speranza che qualcuno potesse sentirmi. Mentre lui diventata sempre più violento. Mi colpiva ovunque: alle gambe, al petto, alle braccia e al volto. Io ho provato anche a suonare il campanello d’allarme dell’ascensore, ma appena mi avvicinavo ai tasti lui mi buttava giù».

Shut up!

L’uomo, racconta ancora Marta, «ripeteva in continuazione “shut up”, “stai zitta” e continuava a puntarmi il coltello sulla guancia. Ma io urlavo, urlavo con tutte le mie forze e infatti adesso non ho più la voce. Ma urlerei altre mille volte perché se non avessi urlato così tanto forse ora non sarei qui. Ero convinta che sarei morta in quell’ascensore». Alla fine si è salvata «grazie a un condomino. Se non fosse stato per lui sarei morta: quell’uomo era davvero una furia dalla quale non riuscivo a difendermi. Ha sentito le mie urla ed ha provato ad aprire le porte dall’esterno. Quando il mio aguzzino ha capito che qualcuno si era reso conto di quello che stava accanendo si è spaventato e così ha riportato l’ascensore al piano terra. Appena le porte si sono aperte è fuggito».

Già programmato

Marta dice che l’uomo sapeva dove stesse il pulsante per aprire il portone del palazzo: «Temo che avesse già programmato tutto. Credo che non fosse la prima volta che entrasse lì o comunque sono certa che fosse arrivato molto prima di me. Io l’ho visto spuntare all’improvviso, come se si fosse nascosto nell’androne per poi spuntarmi alle spalle quando ho aperto la porta dell’ascensore». Dopo l’episodio è tornata al lavoro: «Ho bisogno di distrarmi, di riempire le mie giornate per non pensare. Una cosa simile non si supera facilmente. Ho bisogno di fare cose normali per superare quello che mi è successo, che non è affatto normale».

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