Caffé, vino, auto, macchine utensili. Chi valuta di spostarsi negli Usa per evitare i dazi. La carta India


Annunciata ma forse non attesa nella sua brutalità, la politica dei dazi annunciata da Donald Trump ha spaventato molte aziende produttive italiane, specie quelle che esportano almeno il 10% proprio negli Stati uniti e che quindi rischiano di avere perdite pesanti. Il giorno dopo l’annuncio, con quei calcoli basati non tanto sulla attuale tassazione reciproca (in media quella americana è leggermente più alta di quella europea, 1,4% contro 1,3%) ma sul disavanzo commerciale americano, le aziende italiane si trovano a fare i conti, come lo fanno parallelamente i sindacati.
L’analisi della Fiom
Il centro studi della Fiom Cgil aveva avviato una analisi sugli annunciati dazi, già nei giorni scorsi, che è arrivato giusto in tempo per l’annuncio, basato sul modello Comtrade, lo stesso usato dalle Nazioni unite. Usando questo tipo di calcolo economico si confermano alcune intuizioni circolate in questi giorni. I settori metalmeccanici più colpiti potrebbero essere la cantieristica navale e l’industria bellica (che però hanno in molti casi Italia Usa per le produzioni), l’automotive, ma anche il packaging di ogni genere, le macchine utensili, valvole e componentistica. Molte di queste produzioni non sono fatte in multinazionali ma in aziende medio piccole, a conduzione familiare, che mantengono un’alta competitività ed esportano all’estero fino al 50-60% della produzione.
Le macchine utensili e l’ipotesi India
E’ il caso delle macchine utensili. Le aziende che producono macchinari utensili hanno in media il primo acquirente estero negli Usa, seguono la Germania, la Cina, Turchia, India e Messico. In generale, il settore dei macchinari industriali è il principale esportatore negli Usa italiano. Di quelle federate alla Ucimu, la federazione macchine utensili di Confindustria, solo alcune, le più grandi, hanno una sede anche in America, come Ficep, Fidia, Parpas, Marposs, Salvagnini, Losma. Camozzi, però, è l’unica che produce in America con Ingersol, e che in caso potrebbe aumentare la produzione, per il resto le sedi negli Usa si limitano a fare assistenza sul prodotto, affiancando le aziende che li impiegano. Spostarsi non non sarà facile, ma sarà complicato anche cercare mercati alternativi, visto che la Germania è a sua volta colpita da questa politica e la Cina sta crescendo esponenzialmente come produttore autonomo. Eppure, spiega il presidente di Ucimu, Riccardo Rosa, non varrà la pena delocalizzare negli Usa: “In media dei nostri 7 miliardi di export, 600 milioni vanno negli Usa. Per una cifra del genere non ha senso spostare la produzione, non solo perché significa portare anche lì le materie prime e soprattutto il personale, che negli Usa costa in media il 40% in più di quanto costi qui”. Per i produttori americani non sarà poi facile rinunciare ai macchinari europei: “Dei 12 miliardi comprati nel settore negli Usa, 6 sono importati. Non è facile trovarli in America dall’oggi al domani. E’ un altro dei motivi per cui questa politica non funzionerà e a nostro avviso vanno avviate serie trattative”. Mercati alternativi allora? “Un mercato da attenzionare è l’India – conclude Rosa – al momento importa dall’Italia quanto la Cina e l’anno scorso è cresciuta al 58%”.
L’automotive
L’annuncio sull’automotive era uno dei pochi già noti. Ad essere colpita sarà certamente l’alta gamma, come Ferrari e Lamborghini, che però potrebbero semplicemente alzare i prezzi (il cavallino si è già orientato su questa strada) per non perdere l’Italian taste che è parte fondamentale del successo di questi marchi. Decisioni analoghe potrebbero essere prese dal mercato del lusso in moda e abbigliamento. Cosa faranno le aziende che hanno sede negli Usa e alcune produzioni in Italia, come Stellantis? Dai sindacati assicurano che per ora non ci sono state convocazioni, ma è chiaro che, ad esempio dalle parti di Melfi, la preoccupazione è palese. Lo stabilimento si è occupato per anni della produzione delle Jeep, il 60% delle quali era esportata negli Usa. Il margine di esportazione si è ridotto, ma ora dovrebbe arrivare il nuovo modello Ds8, Suv elettrico che Stellantis doveva produrre a Melfi per almeno 150mila vetture e che “potrebbe vedere la produzione ridotta“, ammette Vincenzo Tortorelli segretario regioanle di Uil in Basilicata. La Uilm nello stabilimento in provincia di Potenza è il primo sindacato: “Non abbiamo avuto nessun genere di comunicazione ufficiale ma è chiaro che siamo preoccupati. Ds 8 avrà un prezzo che parte dagli 80mila euro, non è una vettura per tutti, difficile ipotizzare di metterla solo sul mercato italiano”.
Il packaging
Altro settore preoccupato è tutto l’indotto del packaging, di ogni genere, molto presente in Emilia Romagna e in Lombardia dove ci sono alcuni distretti industriali specializzati. Marchesini, di Imola, è leader nel settore del packaging farmaceutico, ma il presidente spiega che lo spostamento della produzione è davvero l’ultima delle ipotesi, anche se non totalmente esclusa: “Questi dazi sono una politica folle che farà male prima di tutto agli Stati uniti – ci dice Maurizio Marchesini – sono in imbarazzo anche i nostri partner americani, ho appena attaccato al telefono con il mio amministratore delegato che è ad una fiera di settore a New York e i nostri colleghi evitano di parlare dell’argomento. Mi auguro che a questo annuncio seguano ripensamenti, in ogni caso la prima strategia sarà la ricerca di nuovi mercati, siamo presenti in tutto il mondo. Spostare l’azienda chiede quattro o cinque anni di lavoro, il mandato di Trump dovrebbe finire prima”.
Caffè e vino
Alcuni produttori alimentari prendono l’argomento con più apertura, anche perché il tipo di produzione è molto diverso. E’ il caso di Illy caffe e di Lavazza che si sono detti disponibili a spostare il 100% della produzione in America. Anche alcune grandi cantine vinicole si dicono pronte ad aumentare, ma ovviamente non a spostare totalmente, le loro filiere. Antinori e Frescobaldi sono da tempo in California, nella Napa valley, Santa Margherita ha acquistato 21 ettari da coltivare in Oregon. Ma altri produttori, anche solo medi per non dire piccoli, non potranno fare altrettanto.
La situazione e la risposta dei sindacati
Tra i settori non metalmeccanici c’è preoccupazione anche nella farmaceutica, nell’agroalimentare e sono molti a chiedere un tavolo di trattativa col governo, anche perché Spagna e Francia hanno già convocato sindacati e associazioni di categoria. “Gli effetti sui lavoratori rischiano di essere incalcolabili per l’insieme di dazi e delocalizzazioni. È urgente un intervento straordinario di “protezione” dei lavoratori e di investimenti per l’industria per l’innovazione e la produzione”, dice il segretario generale della Fiom, Michele De Palma. Per il momento, però, palazzo Chigi ha scelto di non avviare tavoli.