Dal 39% della Ue al 90% del Vietnam: da dove arriva la formula matematica di Trump per calcolare i dazi del mondo sugli Usa


Da Strasburgo – 20%, dunque. È il balzello che gli Stati Uniti applicheranno su tutti i prodotti europei esportati negli Usa a partire dal prossimo 9 aprile. Donald Trump lo ha annunciato nell’iconica conferenza stampa di ieri sera nel Giardino delle Rose della Casa Bianca. Ma da dove salta fuori quel numero? Come hanno calcolato gli «strateghi» del tycoon quello e gli altri livelli di tariffe imposti ai vari Paesi o blocchi regionali del pianeta? Ieri sera Trump ha detto di aver optato per un approccio «gentile», dividendo per due (grosso modo) il livello di «tariffe» che ciascun Paese/blocco applica agli Usa, includendo nel conteggio non solo i dazi doganali veri e propri ma pure, se non soprattutto, tutte quelle «tariffe non monetarie»: nel caso dell’Ue in particolare, ha citato esplicitamente l’Iva (uguale o superiore al 20%) mentre i suoi funzionari hanno posto l’accento anche sulle barriere regolamentari su beni e servizi (protezione dei consumatori, sicurezza alimentare etc.). E così dal cilindro della Casa Bianca è spuntato quel fantomatico 39% di presunta pressione tariffaria Ue sugli Usa. Nelle ore successive allo show di Trump, però, è spuntata fuori la vera formula matematica con cui l’Amministrazione Usa ha calcolato quelle cifre. Le presunte barriere non monetarie non sono in realtà mai state davvero «calcolate», cosa che sarebbe stata al limite dell’impossibile. Trump e i suoi hanno semplicemente preso il livello di deficit commerciale con ciascun Paese e lo hanno diviso per il totale del valore delle merci esportate.
April 3, 2025
La formula della truffa
A confermarlo su X è stato il vice-portavoce della Casa Bianca Kush Desai. Rispondendo all’indiscrezione di un giornalista economico americano, James Surowiecki, Desai ha favorito la paginetta interna di lavoro con cui il Dipartimento del Commercio Usa ha stabilito l’approccio di calcolo. Ma l’apparentemente complicata formula matematico squadernata, ha svelato lo stesso Surowiecki, non ha fatto che confermare il dubbio iniziale: si è semplicemente diviso il deficit commerciale Usa con il Paese X per il totale del valore delle merci esportate. Alla stessa conclusione è arrivato in parallelo, calcolatrice alla mano, Sander Tordoti, capo economista del think-tank Center for European Reform. Che ha dimostrato con una semplice tabella il funzionamento della formula. Per l’Ue, per esempio, gli «strateghi» di Trump hanno messo al numeratore lo sbilanciamento commerciale bilaterale, pari a 235,6 miliardi di dollari, e al denominatore il totale dell’export, pari a 605,8 miliardi di dollari. Fatta la divisione, ecco apparire il «magico» 39%. Che diviso, un po’ alla buona, per due, ha dato il 20% che oggi fa girare la testa a tutta Europa. E così è stato anche per tutti gli altri Paesi del mondo, con quelli asiatici a subire la botta più pesante. Una formula «senza senso», concordano in coro ora gli economisti, sconcertati per la superficialità dei calcoli del Dipartimento di Commercio Usa. Dulcis in fundo, messa da parte la formuletta, per quegli Stati che un avanzo di bilancio negli scambi con gli Usa non ce l’hanno affatto (bilancia in pari o in passivo) Trump ha tirato dritto imponendo la sua personalissima flat tax del 10% alla dogana. Quando si dice la gentilezza.
