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Gli abbracci al padre, i messaggi, le scuse alle amiche: così Mark Antony Samson ha ucciso Ilaria Sula

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La ragazza è morta in casa del ragazzo di origine filippina. Ora si indaga sui genitori. «Mi dispiace», ha detto ieri agli inquirenti. Ma non ha voluto dire perché lo ha fatto

Ha abbracciato il padre della sua fidanzata in questura. Ha mandato messaggi con il cellulare di lei e pubblicato anche alcune stories sui social. E ha anche rassicurato una delle amiche sulle ricerche della ragazza allora considerata scomparsa. Mark Antony Samson ha poi ucciso Ilaria Sula in via Homs, nel Quartiere Africano, nella casa dei suoi genitori. Poi ha messo il suo corpo in una valigia e l’ha lasciato in una discarica sulle campagne dei Monti Prenestini. «Mi dispiace», ha detto ieri agli inquirenti. Senza spiegare il movente.

Mark Antony Samson

A parlare con La Stampa è un’amica che si chiama Cristina Cangelmi. Ilaria, dice, studiava statistica perché voleva diventare ricercatrice dell’Istat. Lei ha lavorato anche con Mark Samson al McDonald’s di piazza del Popolo a Roma. Proprio Cristina, quando scopre che l’amica è sparita, si rivolge a Mark. Perché, dice, non sapeva che si fossero lasciati. «Ilaria è sparita. Tu sai qualcosa?». Lui risponde: «Stiamo cercando di risolvere con la polizia. Appena ho notizie ti aggiorno se ci tieni. Grazie». I genitori di Ilaria Sula si chiamano Flamur (muratore) e Gezim (casalinga). Lei aveva un fratello minore che si chiama Leon. «Era venuta a trovarci a Terni. Era tranquilla, non ha parlato di problemi». I messaggi successivi: «Sono sicuro: non li ha scritti lei». «Abbiamo ricevuto messaggi dal suo cellulare e ci siamo insospettiti. Non era il suo modo di scrivere», dice Flamur.

Il cadavere

Samson andava nei luoghi in cui ha lasciato il cadavere di Ilaria con la Mountain Bike. «Il Santuario della Mentorella», dice Giovanni, collaboratore del Comune di Poli (la cittadina subito sotto al luogo dove è stata ritrovata Ilaria) «è meta di pellegrinaggi da parte della comunità filippina che vive a Roma. Ho degli amici che sono venuti diverse volte, sia in macchina che in comitiva. È probabile che questo ragazzo abbia conosciuto così, la prima volta, la zona tra Capranica e Guadagnolo». Poi ha finto di essere lei con il suo telefono. Dicendo che era andata a Napoli con amici conosciuti in giro. Aver tenuto e usato quello smartphone è proprio ciò che l’ha incastrato. Grazie alle celle telefoniche gli inquirenti hanno avuto la certezza che fosse in mano sua.

La visita

Samson si era presentato anche sotto l’abitazione che la vittima condivideva con altre ragazze, nel quartiere universitario romano di San Lorenzo, chiedendo di lei. Aveva raccontato alle coinquiline di essere preoccupato, perché non la sentiva da alcuni giorni. Filippino di 23 anni, studente di Architettura, ha ucciso in casa. E secondo il Corriere i genitori rischiano l’accusa di concorso in omicidio volontario. Perché è difficile che non si siano accorti di nulla. «Aveva il telefonino spento», hanno raccontato. Per qualche giorno, il cellulare della ragazza ha continuato a funzionare. In nottata Samson ha fatto ritrovare il corpo, recuperato dai pompieri, poi ha raccontato di aver gettato il cellulare di Ilaria in un tombino e il coltello in un cassonetto.

«Chiedo scusa»

«Chiedo scusa per quello che ho fatto», ha detto il 23enne. All’1 di notte li ha guidati nel dirupo. Poi, durante l’interrogatorio davanti al pm Maria Perna, con il coordinamento dell’aggiunto Giuseppe Cascini, è diventato reticente. «Su questo preferirei non rispondere», è la formula con la quale, affiancato dall’avvocato Alessandro Pillitu, si è nei fatti avvalso del silenzio. Sull’arma del delitto: «Ho buttato il coltello in un cassonetto a Montesacro (il quartiere limitrofo all’Africano)». Ma non è stato ritrovato. «Mi sono liberato del telefono di Ilaria in un tombino». E anche qui ricerche buche. «C’erano anche i miei genitori quella sera», ha ammesso. Per il «solo» favoreggiamento, in quanto genitori, non sono perseguibili. Non sono ancora stati sentiti.

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