Madre e figlia uccise con la ricina, il medico che le curò e la 15enne che «diceva cose strane». I dubbi sul doppio avvelenamento e il finto scrittore
Pietro Vuotto ha 58 anni ed è il medico del pronto soccorso del Cardarelli di Campobasso che ha visitato Gianni Di Vita, la moglie Antonella e la figlia Sara. Le due donne sono morte tra il 27 e il 28 dicembre, avvelenate con la ricina. Vuotto è indagato per omicidio colposo insieme ad altri quattro colleghi. L’iscrizione è arrivata prima che la Procura di Larino aprisse un fascicolo contro ignoti per duplice omicidio premeditato. Intervistato da Alessandro Fulloni per il Corriere della Sera, il medico ricostruisce la giornata del 26 dicembre. Madre e figlia, spiega, si erano presentate con «un quadro gastroenterico chiaro»: avevano raccontato di vomito e diarrea e accusavano dolori addominali. Diverso il caso del marito, che aveva «sintomi più generali, crampi, stanchezza, mal di testa e nausea. Non mi ha detto di vomito, né l’ho visto vomitare».
A metà mattinata Antonella si sentiva meglio ed è andata a parlargli: «Viene nella mia stanza con le sue gambe, parliamo 10 minuti, le dico quel che penso lei abbia avuto, una patologia di tipo infettivo». Lei e Gianni sono stati dimessi. Sara, più provata, è rimasta in osservazione perché alcuni valori andavano approfonditi con un infettivologo. È tornata a casa nel pomeriggio, dopo la consulenza specialistica. Secondo quanto riferito a Vuotto dai colleghi, la ragazza «stava bene, passeggiava in corridoio e chiedeva di tornare a casa a mangiare».
Il ritorno in ospedale di Sara Di Vita e la morte
Il 27 dicembre la quindicenne torna al pronto soccorso e riceve il codice rosso. «È ipotesa, biascica. È sorprendente: il giorno prima avevo lasciato una persona che il giorno dopo trovo del tutto diversa», racconta il medico. La ragazza è confusa e tende ad addormentarsi. La sorella, accanto a lei, è spaventata perché «dice cose strane». Sara è disidratata, Vuotto avvia la terapia e per un po’ le sue condizioni migliorano, tanto che lei chiede di andare a casa. Verso le 19 si alza dalla barella per andare in bagno e crolla a terra. Gli accertamenti, tra cui l’emogasanalisi, mostrano valori in peggioramento e il medico chiama la Rianimazione.
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Sara muore quella sera stessa, la madre il giorno dopo. Il medico legale che ha eseguito l’autopsia ritiene che le due donne andassero tenute in osservazione più a lungo e che Sara dovesse essere trasferita prima in Rianimazione. Vuotto risponde così: «Facile dirlo con il senno del poi. Le decisioni si prendono sul quadro che si ha davanti, e al primo accesso più medici, compreso uno specialista, hanno visto la stessa cosa: una gastroenterite. La ricina si traveste così». Il rianimatore, aggiunge, è stato chiamato non appena il quadro clinico è peggiorato.
Ricina, l’ipotesi del doppio avvelenamento
Il medico non esclude che madre e figlia siano state avvelenate in due momenti diversi. «Tra 26 e 27 vedo due quadri completamente diversi», osserva. Le strade possibili, secondo lui, sono tre: una doppia esposizione al veleno, l’evoluzione di un’unica esposizione, oppure una vera malattia virale a cui si è aggiunto un veleno somministrato in un secondo momento. Sulla prima ipotesi dice: «Plausibile, non lo escludo». Precisa però che «saranno i periti a chiarire che cosa sia successo, non io».
Come ricorda Il Messaggero, al momento del ricovero nessuno aveva pensato a un avvelenamento. Si ipotizzava piuttosto un’intossicazione alimentare legata alla cena del 23 dicembre, alla quale la figlia maggiore Alice Di Vita non aveva partecipato. Solo dopo tre mesi di analisi il centro antiveleni di Pavia ha certificato che nel sangue di Antonella e Sara c’erano livelli di ricina 250 volte superiori alla soglia letale.
Il libro «Tiro al piccione» e le ricerche online sulla ricina
Le indagini ora si concentrano su alcuni elementi raccolti negli ultimi giorni. Mercoledì la squadra mobile di Campobasso ha perquisito la casa e due studi di Gianni Di Vita, che di professione fa il commercialista. Gli agenti hanno sequestrato una borsa della moglie, Antonella Di Ielsi, e una copia di «Tiro al piccione». Il romanzo è dello scrittore molisano Giose Rimanelli, poi docente negli Stati Uniti, e racconta la Seconda guerra mondiale e la Resistenza attraverso gli occhi di un giovane arruolato nella Repubblica Sociale Italiana. Gli investigatori dello Sco stanno analizzando anche alcune ricerche web sulla parola «ricina», fatte prima della morte delle due donne.
L’obiettivo è risalire all’indirizzo Ip e quindi al computer usato. Già a maggio Il Messaggero aveva raccontato di un utente anonimo, un «mister X» o una «miss X», che a dicembre chiedeva su forum e social informazioni sui rischi legati all’acquisto di grandi quantità di ricina. Il pretesto era la scrittura di un romanzo: «Sto cercando di capire se la vittima finirebbe il pasto o sputerebbe tutto al primo boccone dal sapore amaro. È importante per il romanzo». Su Reddit, poi, qualcuno chiedeva quale veleno, ingerito o iniettato, potesse uccidere un personaggio del proprio libro. La vittima della trama era un insegnante che il protagonista avrebbe dovuto eliminare per presunti approcci verso la sorella minore di un altro personaggio.

